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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

foto blogGli autori del post sono Sergio Bevilacqua, esperto di interventi rivolti alle organizzazioni che erogano i servizi per l’impiego e Alida Franceschina, esperta di interventi rivolti a persone senza lavoro.

Il Jobs Act è in dirittura di arrivo, uno dei decreti legislativi in discussione riguarda i servizi per l’impiego pubblici e privati, il ruolo delle regioni nella gestione dei servizi, la destinazione delle funzioni in passato demandate alle province, il collocamento mirato delle persone disabili e i diritti/doveri delle persone disoccupate. Finalmente tante novità che ci dicono di una rinnovata attenzione dello Stato e delle regioni verso i servizi per il lavoro. Dopo una lunga stagione di abbandono ripartono i lavori e pensiamo che chi opera nei servizi pubblici avrà finalmente indicazioni, per ora di massima, che conferiscono un senso di orientamento dopo un lunghissimo periodo di incertezza. Diversa invece la situazione di chi opera in quelli privati, soprattutto in Lombardia dove ferve il dibattito sui rischi della qualità dei servizi

Come sempre quando partono i lavori di un nuovo edificio, in questo caso l’avvio dell’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), si deve far fronte a tanti temi da gestire in contemporanea: le convenzioni tra Ministero e regioni ed il loro livello di autonomia, la definizione dei livelli essenziali di prestazione, il nuovo sistema informativo.

A noi sembra fondamentale considerare nelle future politiche dell’ANPAL la presa in carico delle persone senza lavoro perché costituisce il centro del problema. Perché in questo momento, con tutti i problemi organizzativi, gestionali,di definizione del sistema delle relazioni è così importante parlare di presa in carico della persona disoccupata?

Perché la letteratura dice che una persona senza lavoro soffre un trauma doloroso che indebolisce e a volte annulla, le capacità di ricerca attiva del lavoro . Ne abbiamo parlato varie volte in questo blog analizzando da vicino casi concreti. Se la persona ha un supporto che le permette di rileggere l’esperienza della perdita del lavro, di definire un proprio progetto professionale alternativo potrà farcela a rimettersi in pista, a cercare un lavoro, ad avere un atteggiamento “attivo”.  Se poi alle condizioni di fragilità personali si aggiungono obsolescenza del profilo ricoperto, età, bassa scolarità, il sostegno per il nuovo inserimento al lavoro diventa strategico.

In Lombardia fra operatori privati, enti accreditati della formazione professionale, organizzazioni sindacali è molto diffuso il giudizio positivo sull’efficacia dei servizi per il lavoro, ritenendo l’indicatore del numero di occupati creato dai servizi un elemento fondamentale. Sembrerebbe logico ovviamente, ma forse è il caso di approfondire la questione con un po’ di pazienza. Proviamo a farlo analizzando due casi.

Se un’agenzia trova lavoro ad una persona che è attiva al punto di procurarsi autonomamente dei buoni collegamenti con il mercato del lavoro e ha addirittura a disposizione un possibile datore di lavoro, l’agenzia investe denaro pubblico su una persona che con grandissima probabilità si sarebbe ricollocata da sola.

Se invece l’agenzia contatta l’azienda segnalata da un utente che per varie ragioni è in difficoltà a concludere la relazione avviata autonomamente con l’impresa, sicuramente apporta un contributo risolutivo perché evita i rischi legati alle incertezze di una gestione autonoma del contatto da parte del singolo utente. Però non abbiamo un’idea del livello di tenuta di quell’utente, né sappiamo, in caso di assunzione a tempo determinato, quanto quell’utente sarà in grado di ricollocarsi autonomamente.

Nel primo caso abbiamo un’assunzione, un successo in tempi di crisi, quindi apparentemente un dato incontrovertibile. Ma l’efficacia di quell’investimento rimane relativa e tutta da dimostrare:  l’indicatore del posto di lavoro da solo non è sufficiente a dare una adeguata valutazione dell’efficacia del servizio erogato. Nel secondo caso abbiamo addirittura il rischio di una cronicizzazione della dipendenza: se la persona non ce la fa a ricollocarsi al termine del contratto è quasi sicuro che si ripresenterà all’agenzia. A questo punto è necessario chiedersi quale sia il costo reale del servizio e quale sia l’efficacia

Ma se il modello di presa in carico non prevede un’attenta valutazione della domanda dell’utenza distinguendo fra i bisogni della persona senza lavoro, il rischio è la proposizione di un servizio uguale per tutti. Con esiti che potranno favorire l’utilizzo di risorse per la ricollocazione dei disoccupati forti cioè quelli attivi e propositivi, l’elevato rischio di cronicizzazione di quelli meno forti, cioè attivi ma con maggiori difficoltà e la marginalizzazione di quelli deboli che per vari motivi faticano ad attivarsi.

L’attuale “profilazione”, neologismo che intende l’attribuzione di un punteggio in base alle caratteristiche dell’utente, non prevede in alcun modo di considerare i vissuti della persona senza lavoro. Non è prevista una procedura che lo consenta e soprattutto non c’è la consapevolezza dei rischi di una mancata considerazione di questi aspetti.

Anche le indicazioni attuali previste dal decreto legislativo e non solo l’esperienza lombarda, si muovono in una direzione in cui al centro dell’attenzione si pone l’organizzazione che prende in carico la persona disoccupata. E le osservazioni che arrivano dagli attori lombardi confermano questa impostazione del dibattito.

In una recente intervista che ci ha visto coinvolti con Paola Fontana che propone i gruppi di auto aiuto per persone disoccupate, abbiamo cercato di spiegare la centralità di un approccio che deve partire dai bisogni cui si intende dare una risposta.

Il forte rischio è che per altri anni si centri l’attenzione sull’organizzazione che intercetta l’utente, pubblica o privata che sia. Reiterando una mancanza di attenzione nei confronti dell’analisi della domanda e delle caratteristiche delle persone che si presentano al servizio. Come se nell’impostazione strategica da conferire ai servizi per il lavoro si desse attenzione al ruolo ricoperto dall’attore che eroga il servizio e non al tipo di domande poste da chi si rivolge ai servizi.

Sarebbe un peccato correre il rischio di perdere l’occasione per ripensare al ruolo dei servizi per l’impiego, per ridefinire le politiche attive, per valutare l’efficacia degli esiti e degli indici di rating utilizzati fino ad ora.

Potrebbe essere utile nella ridefinizione dei servizi attingere dalle esperienze sviluppate nell’ inserimento lavorativo dei disabili dove da anni si è sperimentata la collaborazione fra pubblico e privato evitando un approccio stereotipato alla profilazione dell’utenza per comprenderne invece i bisogni individuando percorsi efficaci che ottimizzassero le scarse risorse a disposizione.

La pianificazione della strategia dei servizi per l’impiego richiede, come sempre accade nei casi di ridefinizione dei servizi, la capacità di immaginare sintesi nuove introducendo soluzioni innovative e favorendo integrazioni di  politiche che fino ad oggi sono rimaste inutilmente distanti.

Sergio Bevilacqua, Alida Franceschina

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immagine cpiMessaggio a chi lavoro nei centri per l’impiego, nelle province, negli enti accreditati, per chi è senza lavoro. Finalmente si mette mano ai servizi pensando ad innovare . . . era ora! Si danno indicazioni a chi lavora nei servizi e a chi li usa. Nell’ordine una breve sintesi, una sorta di bigino per un primo orientamento

  • Nasce un’agenzia nazionale che accorpa ministero del lavoro, INPS (per ciò che concerne gli ammortizzatori, INAIL, strutture regionali, provinciali, centri per l’impiego e attenzione anche i fondi interprofessionali (per esempio fondimpresa, foncoop …)
  • L’agenzia garantirà i servizi (livelli essenziali di prestazione) per le persone senza lavoro: orientamento, tirocini, formazione
  • Il Ministero stipula un convenzione con ogni regione per gestire i livelli essenziali e in quella sede si deciderà come coinvolgere gli accreditati
  • Le convenzioni andranno concordate entro il 30 settembre! Finalmente una data certa
  • Le regioni che non riusciranno ad assicurare i livelli minimi concorderanno una gestione diretta dei servizi da parte dell’agenzia
  • Si riconosce lo status di disoccupato anche ai lavoratori autonomi, è una novità innanzitutto culturale
  • Compare la figura del “disoccupato parziale” cioè chi genera un reddito inferiore al minimo esente da imposizione fiscale
  • Ci sarà un profilo della persona disoccupata che corrisponde ai bisogni della persona che si rivolge ai servizi (profilazione); chi opera in Lombardia consoce già questa modalità
  • La relazione tra disoccupato e agenzia è regolato da un patto di servizio e da un progetto che implica diritti e doveri (condizionalità). Tra i doveri la presenza alle convocazioni, ai percorsi di orientamento, alla formazione, l’accettazione di proposte di lavoro coerenti con il profilo.

Dopo più di quindi anni lo Stato italiano mette mano ai servizi per l’impiego. E’ una grande novità, tanto invocata e in sua attesa ha regnato uno stato di incertezza che ha prodotto disorientamento e demotivazione tra gli operatori delle strutture pubbliche.

Adesso si tratta di far decollare i nuovi servizi e le nuove organizzazioni. Ci sarà tanto lavoro da fare, il percorso è lungo.  Cercasi persone che intendano tirarsi su le maniche.

Sergio Bevilacqua

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foto blogQuesto post che inaugura il nuovo anno lo vorrei dedicare a chi deve affrontare il cambiamento nel pubblico, nella cooperazione sociale e in azienda. Perché nel 2014 in molti ambiti della pubblica amministrazione il cambiamento è arrivato all’improvviso. Sospinto dall’esterno come nel caso del sistema penitenziario: una sentenza dell’Unione europea ha costretto istituti penitenziari e uffici regionali del Dipartimento di amministrazione penitenziaria ad aprire le celle ai detenuti aumentando le attività lavorative, formative per rendere più umane le condizioni di detenzione. Obbligando così l’istituzione a recepire un cambiamento culturale e organizzativo difficilissimo anche per i tempi ristretti in cui ha dovuto essere attuato. E le innovazioni continuano.

Anche il personale delle province ha dovuto fare i conti con il cambiamento dal momento che si stanno ridefinendo le funzioni e le deleghe. E nel caso delle città metropolitane si sta sviluppando un complicatissimo processo di integrazione con le strutture organizzative dei comuni capoluogo: sarà la nuova frontiera dell’anno in corso.

Il personale dei servizi per l’impiego sta conducendo una solitaria battaglia di resistenza nella gestione di un’utenza in rapidissimo aumento in una situazione di faticosa transizione verso una nuova struttura nazionale, l’agenzia nazionale per il lavoro, le cui funzioni sono ancora da definirsi. Il consolidamento delle nuove organizzazioni sarà la scommessa da giocare.

Anche la cooperazione sociale deve fare i conti con il cambiamento perché risente della crisi del welfare, riduzione dei bilanci degli enti pubblici e crisi delle aziende che decentrano funzioni produttive. A questa situazione si aggiungono le recenti vicende legate alla cooperativa romana 29 giugno, un bruttissimo danno all’immagine complessiva della cooperazione sociale e al senso stesso del fare cooperazione. Lo scenario richiede scelte, processi decisionali veloci e capaci allo stesso tempo di mantenere il prezioso legame tra vertice e base. Che è l’elemento primo dell’identità della cooperazione.

Il cambiamento riguarda anche le aziende che devono fare i conti con un mercato difficile, che pretende molto e dove la competizione è aumentata. E’ necessario aumentare la capacità di ascolto per capire le esigenze dei clienti, interpretandone la domanda e definendo servizi e prodotti che rispondano in modo efficace. Tenendo insieme le squadre di lavoro in un periodo in cui tutto spinge al disorientamento e al timore che la fatica di innovare sia del tutto inutile.

Tutte queste diverse declinazioni del cambiamento che interessano chi opera nella pubblica amministrazione, chi lavora nella cooperazione e nelle aziende sono accomunate da alcune necessità. Quello che serve è la capacità di gestione dei complicati processi di cambiamento, che implicano un disegno chiaro, un piano operativo, la sua valutazione e un forte supporto perché il cambiamento genera sempre disorientamento e difficoltà operative.

Da soli è un’impresa difficile. Per questo è importante che i collaboratori siano disponibili ad affrontare i cambiamenti di routine, di procedure. Per questo è importante e fondamentale un clima che favorisca la coesione dei gruppi di lavoro.

Allo stesso modo è importante utilizzare i propri fornitori a cui richiedere un supporto attivo, un contributo alle modalità di innovazione, la possibilità di confronto con altre realtà che il fornitore conosce perchè il suo mestiere lo porta a frequentare ambienti e situazioni diverse.

L’augurio per il nuovo anno è che nelle organizzazioni si creino le condizioni, si sviluppino approcci perché collaboratori e fornitori diventino alleati del management per gestire la complessità dei processi di cambiamento. Solo così il cambiamento genera innovazione e non soluzioni provvisorie dal respiro corto.

Una preziosa alleanza che consenta di gestire uno scenario che ci riguarda e ci coinvolge perché è lo scenario che questa crisi ci ha imposto e col quale è necessario fare i conti. Per questo auguri a chi si sta rimboccando le maniche e si assume le responsabilità per gestire il cambiamento.

Sergio Bevilacqua

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Immaginepost24.10Il 23 ottobre il consorzio di servizi sociali Comuni Insieme di Bollate (Milano) ha organizzato un convegno “Dialoghi di futuro” per festeggiare i suoi 10 anni nella cornice della Fabbrica Borroni. Il post intende riportare i contenuti emersi nella giornata. La foto ritrae il lavoro della story teller Alessandra Nigro che ha illustrato i temi emersi dal dibattito della mattina.

Servizi sociali capaci di intercettare nuovi bisogni di nuove utenze che marciano dritte verso la povertà. Capaci di dialogare con chi si occupa di politiche del lavoro e magari anche di politiche dello sviluppo. Ma per fare questo è necessario modificare l’impianto tradizionale prevedendo nuovi servizi attività basati su un “patto” rivolto alle persone che li utilizzeranno. Prevede inoltre una partecipazione attiva dell’utenza, molto lontana dall’ottica assistenziale cui siamo abituati. Ed è necessario modificare il rapporto con i partner tradizionali: volontariato, cooperazione sociale e anche il mondo profit, le aziende cui proporre nuove forme di collaborazione.

Insomma una visione assolutamente nuova delle politiche e dei servizi sociali. Questo emerge dal convegno “Dialoghi di futuro” organizzato Comuni Insieme. Una raffica di interventi: Achille Orsenigo dello Studio APS di Milano, Gino Mazzoli dello studio Praxis di Reggio Emilia e Francesco Longo del Cergas – Bocconi di Milano hanno sparato a raffica contro un passato che stenta a lasciare spazio ai cambiamenti necessari se non addirittura inevitabili. Perché il concetto di crisi è troppo spesso legato al concetto di fine, di perdita.

Sul che fare le proposte sono state tantissime: intanto partire dal potere che ogni persona, funzione, struttura organizzativa ha a disposizione senza delegare ad un livello superiore, ad un’entità altra. Il cambiamento può essere avviato da subito. Da organizzazioni che sanno sostenere la dinamicità, l’assunzione di responsabilità dei propri operatori e sono capaci di ridefinire i propri confini evitando la chiusura a riccio tutta difensiva nei confronti del nuovo. Da questo punto di vista la sola logica della resilienza può non essere utile se non è accompagnata da altri approcci: al nuovo, alla condivisione.

Il cambiamento è profondamente legato alla capacità delle persone di attivarsi e l’atteggiamento positivo, di disponibilità si avvantaggia di un elemento fondamentale: il principio del piacere. Parola che suona strana in mezzo a vocaboli cui la quotidianità ci ha abituato: spread, pareggio di bilancio, deficit, PIL. Eppure, dice Orsenigo, il cambiamento non è necessariamente una condanna anzi al contrario può liberare energie. Da intercettare e utilizzare

Mazzoli sottolinea l’importanza di pensare ai cittadini come possibili partner, capaci quindi di generare risorse. La grande scommessa è legata alla capacità delle organizzazioni che operano nel sociale di mobilitare emozioni e quindi energie per ricostruire il “plancton sociale”.

Longo implacabilmente ha elencato casi di servizi che nella difficoltà a fare i conti con il cambiamento (di utenze, di approccio) finiscono per lavorare soprattutto alla propria sussistenza. Quello diventa il vero indicibile obiettivo.

L’assessore ai servizi sociali del Comune di Senago, De Ponti ipotizza la necessità di un nuovo New Deal nelle politiche sociali che passi attraverso un’alleanza tra i tecnici che operano nei servizi e i politici che gestiscono la governance e devono fare i conti con la drastica riduzione dei fondi per il welfare.

Le riflessioni sono state poi accompagnate da workshop in cui è stato presentato lo stato dell’arte dei vari servizi che il consorzio Comuni Insieme gestisce. Una giornata di riflessione sui nuovi scenari del welfare che stanno emergendo ed è il caso di cogliere. Perché la crisi lo impone. Le proposte cominciano ad emergere: si tratta di nuovi quadri concettuali, ma anche di nuove linee di finanziamento (il bando “Welfare in azione” della Fondazione Cariplo) e di nuovi servizi. A dimostrare che il cambiamento non è necessariamente una condanna e può essere anche un piacere.

Sergio Bevilacqua

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post 15 09Con questo intervento di Luciano Schiavone, direttore del Settore Welfare, Terzo Settore e Sostegno disabilità e Fragilità della Provincia di Milano (*), affrontiamo il tema delle aree metropolitane.

 

Il prossimo 28 settembre sono previste le votazioni per eleggere il primo consiglio della Città Metropolitana di Milano, così come previsto dalla Legge Delrio che riforma le Province ed istituisce, appunto, le città metropolitane.

Nel frattempo, la conferenza Stato/regioni non ha ancora definito nulla circa le competenze da centralizzare e quelle che dovranno essere ripartite sulle regioni/comuni. Lo scetticismo di molti è evidente, tanto quanto lo smarrimento di coloro che ritengono, a torto o a ragione, tale cambiamento come un’occasione per riformare il sistema delle governance territoriali.

Dal mio punto di vista, ci sarebbe molto da sottolineare sull’impianto e le finalità della riforma Delrio. Tuttavia è utile, esercitare il proprio pensiero almeno sulle questioni più concrete. Per esempio, quale ruolo devono avere le città metropolitane sulle politiche sociali. Come sappiamo, la legge Delrio non fornisce nessuna definizione di politica sociale, ma quanto meno inserisce tale dimensione in un contesto più ampio, associando la dimensione del “sociale” ad una situazione in evoluzione e in partecipazione con la dimensione economica: appunto, lo sviluppo economico e sociale.

Vorrei pensare in modo positivo e mi piace immaginare una maggiore integrazione tra il mondo dell’impresa e delle strutture economiche di riferimento con il mondo del sociale. Come dire: portare un po’ di impresa nel sociale e portare anche un po’ di sociale nell’impresa. E’ necessario spostare, dunque, l’ottica attraverso la quale affrontare Il tema di cosa dovrà fare la città metropolitana sulle funzioni del welfare. Ci siamo abituati a ragionare sempre in termini di attività, le quali, poi, devono comunque corrispondere a servizi. Dovremo cercare di ragionare, invece, più per macro funzioni e per ruoli da assumere piuttosto che parlare di quali e quante attività passeranno nelle competenze del futuro ente.

E’ necessario pensare con un approccio organizzativo diverso che privilegi il ruolo di un soggetto in grado di porsi in dialogo continuo tra alcuni enti da una parte (la Regione, associazioni di stakeholders, enti finanziatori, ministeri, etc) ed altri enti dall’altra (i comuni e le loro articolazioni, vedi i piani di zona, le imprese, il mondo del volontariato e dell’associazionismo, le famiglie, etc.).

Tale dialogo dovrebbe essere finalizzato a:

  • intercettare bisogni territoriali che fanno fatica ad emergere e a trovare spazi di risposta esaurienti, portandoli all’attenzione di coloro che possono intervenire nel processo decisionale delle politiche
  • generare un’attività di fundrising per dirottare sul territorio le risorse individuate al fine di sperimentare nuovi modelli e consolidare quelli più efficaci
  • generare e monitorare reti professionali permettendo la partecipazione di soggetti locali difficilmente inseribili in contesti così ampi

Tutto questo è traducibile in un modello organizzativo che prevede per il nuovo soggetto metropolitano di essere soggetto proponente di progetti e azioni per la valutazione e lo sviluppo dei sistemi di welfare, da realizzare in rete con gli enti locali e con altri stakeholders pubblici e privati presenti nel territorio metropolitano, nazionale ed internazionale, finanziati da Comunità Europea, Stato e Regione (attività di fundraising)

Essere soggetto di coordinamento per servizi di welfare in area vasta, al fine di elaborare criteri omogenei di erogazione delle prestazioni, monitoraggio e valutazione degli impatti sulle organizzazioni e sulle comunità di utenti (vedi sportelli unici di accesso, interventi per gli studenti con disabilità, promozione del terzo settore, politiche abitative, etc.). Essere soggetto erogatore di servizi di secondo livello da condividere e destinare agli enti locali e ad altri stakeholders del territorio metropolitano, in riferimento al sistema di welfare con particolare attenzione a:

  • azioni di monitoraggio e valutazione dei fenomeni sociali più rilevanti al fine di condividere con gli enti locali di riferimento ed altri stakeholkders, informazioni e dati a supporto delle scelte territoriali (osservatorio sulle politiche sociali)
  • azioni di formazione e aggiornamento del personale sociale e sociosanitario in carico alle strutture pubbliche e private operanti nel territorio metropolitano (prevedendo aperture anche per altre regioni)
  • centrale di acquisto per gli enti locali dell’area metropolitana in materia di servizi di welfare (su esplicita richiesta da parte degli enti locali e relativa copertura finanziaria)
  • centrale informativa e di orientamento per servizi erogati su base locale con possibilità di attivazione e messa in contatto con i referenti locali (sul modello dei punti unici di accesso)
  • generare altri servizi di secondo livello per gli enti locali del territorio e per altri stakeholders finalizzati al miglioramento dei servizi all’utenza.

 

La previsione verso la Città Metropolitana dovrebbe suggerire una conformazione organizzativa diversa dall’attuale. Laddove oggi vengono privilegiate le sottoaree dedicate alle singole materie gestite, nella nuova struttura si dovrebbe privilegiare il criterio della trasversalità, individuando funzioni e processi da aggregare sulla base di tre macro attività: programmazione, gestione e controllo a prescindere dalle singole tematiche ed essendo consapevoli che queste potranno variare nel tempo a seconda dell’emerge di nuove istanze su soggetti portatori di altrettanto nuovi bisogni.

 

Luciano Schiavone

 

* Luciano Schiavone, sociologo. Per diversi anni ha diretto i CFP della Provincia di Milano, il progetto agenzia del lavoro/formazione (attuale AFOL Milano) e il settore formazione professionale, lavorando sulle tematiche della formazione in obbligo scolastico, continua e apprendistato. In precedenza è stato direttore del personale, nonché consulente per le dinamiche organizzative e per la formazione aziendale.

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Nuova immagine (1)Questo post è a firma di Eugenia Scandellari che lavora nel Servizio politiche del lavoro della provincia di Modena dove si occupo di coordinamento e monitoraggio dei servizi dei CPI. Ci ha scritto per commentare il nostro post “Quale futuro per i Centri per l’impiego?” e le abbiamo chiesto un contributo che ospitiamo molto volentieri.

L’interrogativo che riguarda il futuro dei Centri per l’impiego proposto da questo blog è un invito solleticante per chi si occupa di programmazione e gestione dei servizi per il lavoro. Al di là di chi saranno i soggetti competenti per le politiche del lavoro dopo il superamento, ormai certo, delle province, è opportuno chiedersi quale ruolo potranno giocare i servizi pubblici per l’impiego in un mercato del lavoro così profondamente diverso da quello in cui hanno preso vita.

Di centri per l’impiego si parla poco e quando se ne parla, il giudizio arriva impietoso, ma, ahimè, praticamente unanime: sono inutili perché non “trovano lavoro alle persone”. Se queste affermazioni sono giustificabili quando provenienti da  un’utenza sempre più insofferente e arrabbiata, rischiano di apparire superficiali quando espresse da politici e analisti che dovrebbero prospettare soluzioni mettendo al centro i bisogni dei cittadini.

Dunque, i centri per l’impiego sono inefficaci. Perché hanno una funzione, quella di trovare lavoro alle persone, che non sono in grado di portare a termine. È vero, le riforme del mercato del lavoro hanno attribuito ai servizi pubblici per l’impiego funzioni di intermediazione e incontro tra domanda e offerta di lavoro molto diverse da quelle attribuite ai vecchi uffici di collocamento, ma sappiamo bene che rimangono in capo al soggetto pubblico competenze di tipo amministrativo (riconoscimento e gestione dello stato di disoccupazione, gestione delle comunicazioni obbligatorie, delle  liste di mobilità…), oltremodo accresciute dall’attuale stato di crisi economica. Basti pensare alla gestione dei servizi in favore dei beneficiari di ammortizzatori sociali in deroga che hanno notevolmente incrementato il flusso di persone nei servizi. Inoltre, i CpI offrono servizi di orientamento al lavoro, spesso sottovalutati ma valido supporto alle persone alla ricerca di lavoro. Servizi che non hanno un impatto diretto sull’inserimento lavorativo delle persone, ma che hanno l’obiettivo di attivarle e  renderle autonome nella ricerca di un’occupazione. Faccio mia l’espressione di una collega, responsabile di un centro, che ama ripetere ai suoi operatori: “Ai nostri utenti non dobbiamo dare il pesce, dobbiamo dare la canna da pesca!” Colloqui approfonditi, percorsi formativi brevi sugli strumenti e i canali per la ricerca, tirocini sono la “canna da pesca” che quotidianamente chi lavora nei CpI cerca di mettere a punto e offrire a sostegno delle persone. Ampliando l’analisi dell’impatto dei servizi al numero di persone che hanno trovato occupazione a seguito di una di queste iniziative, la valutazione dei risultati ottenuti dai nostri centri potrebbe essere molto più confortante.

Ma torniamo alla difficoltà di far incontrare domanda ed offerta di lavoro. È un problema risolvibile? In che modo? Ci sono soggetti in grado di svolgere questa funzione, da cui i servizi pubblici possano prendere esempio o, meglio, con cui  possano stringere alleanze per ottenere quel risultato a cui oggi dobbiamo tendere, ossia aumentare la capacità di domanda ed offerta di incontrarsi, aumentando così la loro efficacia? Riporto a titolo esemplificativo qualche cifra dal rapporto Excelsior 2013 sulla provincia di Modena. Il 4% delle assunzioni effettuate dalle imprese nel 2012 è transitato dai CpI, il 5,5 dalle società di selezione (comprese associazioni di categoria) e il 3,7 dalle agenzie di somministrazione. Il 57% delle assunzioni è avvenuta per conoscenza diretta del candidato o per segnalazione da parte di clienti e fornitori. Se ci fermassimo ai numeri, potremmo facilmente affermare che il nostro mercato del lavoro non ha bisogno di soggetti intermediari, pubblici o privati che siano. Domanda ed offerta di lavoro si incontrano in maniera spontanea, quasi naturale. Il problema è che un mercato del lavoro che si regola in questo modo è difficilmente intercettabile da molti cittadini, esclude quelli che hanno meno risorse dal punto di vista della capacità di attivazione e delle relazioni su cui contare. L’importanza delle relazioni interpersonali è un dato di fatto, che non deve essere un alibi né per che gestisce i servizi, né per i cittadini che rischiano di essere esclusi. I CpI devono servire a creare un mercato del lavoro più equo e accessibile, partendo dai bisogni che le persone esprimono quando sono alla ricerca di un’occupazione. È difficile individuare a priori fasce di popolazione più bisognose: giovani e non-più-giovani, persone con disabilità, donne e uomini al rientro da lunghe assenze dal lavoro per motivi di cura. Ma aggiungerei lavoratori autonomi o atipici che vivono momenti di non lavoro e hanno bisogno di fare sintesi e valorizzare le proprie esperienze traducendole in capacità e competenze spendibili. Le persone possono esprimere bisogni di vario genere in diverse fasi della propria vita, dipende dalla loro storia personale e professionale, dalle loro aspettative e, come abbiamo visto, dalla quantità e qualità delle loro relazioni, dalla capacità di attivarle e valorizzarle.

Il vuoto che i CpI possono colmare è quello di servizi orientativi veri, fatti di ascolto, attenzione al bisogno, informazione adeguata e personalizzata, attivazione di misure formative, occasioni di incontro con le imprese. Ci sono soggetti che sul territorio svolgono questi servizi in maniera diffusa e generalizzata? E che lo fanno entrando in relazione con altri soggetti (scuole, enti di formazione, Università, servizi sociali, enti locali, imprese) nel tentativo di dar vita ad un sistema che orienta? In alcune realtà ci sono sicuramente dirigenti, funzionari e operatori  che hanno capacità e volontà di programmare e offrire misure di questo tipo mettendo al centro il cittadino. I centri possono svolgere un ruolo determinante nell’orientamento, inteso come insieme di iniziative a supporto dell’occupabilità. Interessante dal punto di vista teorico un documento, frutto del lavoro di un tavolo inter istituzionale costituitosi in base alla legge Fornero, che contiene  linee guida sul tema dell’orientamento permanente. La chiave di svolta può essere riconoscere finalmente l’importanza dell’orientamento e cominciare a lavorarci? In termini di efficacia diventerà imprescindibile, come alcuni studi a livello europeo hanno dimostrato, ragionare  seriamente sull’integrazione tra politiche attive e passive, sull’obbligatorietà di partecipare a iniziative di orientamento/formazione per chi beneficia di qualche forma di sostegno al reddito. Ma questo è un altro tema da approfondire.

Per ora accontentiamoci di partire da  valutazioni più obiettive, mettiamo da parte quelle argomentazioni pregiudiziali e cominciamo a ragionare sulle possibili traiettorie che i CpI possono prendere per diventare un servizio veramente utile al cittadino.

Eugenia Scandellari

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Nuova immagineQuando siamo stati chiamati a supportare la neonata realtà cooperativa nata dalla fusione di una cooperativa B (Viridalia) con una cooperativa A (Il fontanile) nella realizzazione del piano triennale ci siamo innanzitutto chiesti le ragioni più profonde di questo intervento.

La dirigenza, nelle persone del presidente Francesco Allemano, del direttore Andrea Brizzolari e del vice presidente Laura Berti è stata molto onesta e trasparente nella richiesta; innanzitutto ricreare un clima favorevole al dialogo costruttivo, poi sviluppare il piano.

Dico onesta e trasparente, e lo sottolineo, perché non sempre si trovano ai vertici persone (e qui il settore no profit e il profit si differenziano molto poco) che, con lucidità trasferiscano, a noi consulenti, tutte le caratteristiche dell’iceberg; non solo il ghiaccio emergente e ben visibile, ma anche e soprattutto quello sommerso, fatto delle cose non dette, ma presenti nella pancia del Cda.

La sfida ci ha visto impegnati nel facilitare innanzitutto la conoscenza reciproca; certo le due cooperative vivevano da anni nello stesso stabile, ma in fondo è come essere inqulini in uno stesso condominio; “Buongiorno e Buonasera in ascensore, e , per i più loquaci un “come stanno i bambini?” ( e che magari nella realtà nasconde…”se facessero meno rumore alla sera sarei anche più contento…”).

In realtà, anche una mensa in comune non assolve al tema della conoscenza reciproca. Del resto l’esperienza maturata in azienda prima e nell’ambito consulenziale e formativo poi, mostra come lavorare insieme non significhi conoscenza l’uno dell’altro non solo da un punto di vista personale ma anche per quanto riguarda la storia professionale di ognuno.

La scelta di dedicare due giornate in una bella località e location “fuori” ha aiutato molto in questo percorso.

Abbiamo lavorato molto sui valori delle due cooperative d’origine come momento di riflessione, confronto, reciproca conoscenza. E’ stata la base per tracciare una linea di demarcazione tra il passato e il futuro: un futuro ancora da scrivere nei dettagli come nuova identità valoriale della cooperativa ma già ben impostato nelle linee guida del piano triennale e nei programmi di dettaglio operativo delle singole aree (il verde, la residenzialità ,………). Uno strumento, il piano triennale, che le cooperative utilizzavano anche in passato e dove si è concentrata l’attenzione su alcuni aspetti tra loro estremamente correlati. La forma, i contenuti, le priorità e le modalità di utilizzo.

La forma e i contenuti, due facce inscindibili; rispettare infatti da parte di tutti le regole di redazione scritta è fondamentale per confrontare in modo costruttivo da parte di chiunque i contenuti presentati; i contenuti, dal canto loro, acquisiscono forza, chiarezza, con- divisibilità e oggettività proprio grazie al modo in cui vengono presentati.

Su tutto e come primo obiettivo si è partiti dal fatturato e dalla sua possibile evoluzione; a sottolineare come sempre la dimensione economica sia alla base di ogni organizzazione; la definizione delle priorità nell’ambito dei vari argomenti che compongono un piano è infatti un altro elemento fondamentale; priorità di importanza per la vita della cooperativa e non priorità di tempi (peraltro scandita dalla tempificazione delle azioni): tutto ciò ci sta a indicare che ci possono essere azioni di medio periodo più o meno strategiche per l’evoluzione dell’organizzazione e azioni di breve termine altrettanto o meno importanti.

L’ultimo aspetto su cui si è posta l’attenzione è.. il più importante!

Se volessimo estremizzare il concetto potremmo dire che ”Il piano non è di chi lo fa ma di chi lo utilizza!”. Alla realizzazione del piano, alla sua presentazione, e alla sua condivisione abbiamo infatti dedicato tempo e attenzione, ma la sfida vera, adesso che inizia il  nuovo anno, è utilizzarlo “quotidianamente” e autonomamente come guida all’attività misurando successi e insuccessi, rispetto dei budget e dei tempi, farne cioè vero strumento per la ricerca del miglioramento continuo!

Ettore Lazzarini

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