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Posts Tagged ‘disoccupazione’

navigator 18.01.19Può sembrare un controsenso, ma non lo è per niente. Il navigator, figura di cui si parla molto nel dibattito indotto dalla proposta del Ministro del Lavoro sulla gestione del reddito di cittadinanza, in realtà è una figura nota nell’ambito delle politiche attive del lavoro del nostro Paese.

E’ più corretto dire che è nota la funzione che questo profilo deve svolgere nei confronti dell’utente preso in carico, nei confronti del centro per l’impiego che lo ospita, del territorio che può collaborare a migliorare l’occupabilità della persona, per esempio con un percorso di formazione professionalizzante. E ovviamente è nota la funzione che deve svolgere nei confronti delle aziende.

E’ una figura che è stata utilizzata in molte occasioni e in molti centri per l’impiego, enti accreditati al lavoro o alla formazione, lo è tuttora.

La sua funzione dunque è conosciuta e apprezzata. Provo a descriverla in modo articolato. Deve prendere in carico l’utente approfondendo la conoscenza dei bisogni espliciti e anche quelli impliciti. Purtroppo, travolto dalle scadenze, spesso si limita ad un’analisi di quanto dichiara l’utente. Quando si trova di fronte un utente con bisogni complessi, come nel caso di una persona over 45, con una storia professionale legata ad un settore merceologico ormai obsoleto, deve fare un’operazione più complessa. Analizzare e valutarne le competenze, considerarne la motivazione e la possibilità di utilizzare percorsi formativi in grado di fornire nuove competenze.

Il navigator o per meglio dire chi ne svolge la funzione deve poi conoscere le richieste del mercato del lavoro del suo territorio e nel caso di persone disponibili a trasferirsi anche quelle di altri territori. Al momento è molto difficile che possa utilizzare banche dati nazionali essendo sostanzialmente assente l’integrazione fra le banche dati delle diverse regioni.

Le funzioni che ho elencato vengono svolte da figure che sono state definite in modo diverso: tutor (soprattutto negli enti accreditati), orientatore, coach, case manager (soprattutto nel sociale), esperto di inserimento lavorativo (soprattutto con i soggetti svantaggiati e con disabilità), animatore di processi occupazionali. Gli archivi delle regioni contengono vari progetti finanziati per sperimentare figure composite, definite con denominazioni diverse, capaci di dare vita e animare i servizi connessi al processo di gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Possiamo quindi dire che la figura del navigator è conosciuta con una costellazione di denominazioni legate alle sperimentazioni locali che hanno sempre sofferto della incapacità di affermarsi come standard di servizio a livello nazionale.

Il reddito di cittadinanza costituisce una preziosa occasione per cercare di ricomporre questa frammentazione che caratterizza i quasi 30 anni di vita dei centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro.

Sarà utile valorizzare le esperienze evitando di imporre soluzioni uguali per tutti i territori. Il navigator di un piccolo centro per l’impiego, con pochi operatori, avrà necessariamente una funzione composita e più articolata di quelle del centro che risiede nel capoluogo di provincia ed impiega una decina o più di operatori. In questo caso sarà inevitabile una specializzazione delle funzioni per gestire numeri di utenti decisamente più impegnativi. Inoltre la specializzazione sarà necessariamente permeabile al contesto e dovrà quindi rapportarsi con la presenza di enti di formazione, enti privati, servizi sociali. E’ illusorio pensare ad un profilo unico. E’ invece più funzionale prevedere un insieme di funzioni che di volta in volta verranno utilizzate in relazione alle caratteristiche del contesto rendendo questa figura magnetica nei confronti dei vari attori che entrano a vario titolo nella gestione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Infine l’occasione di ripensamento dei servizi per il lavoro e delle loro forme organizzative dovrebbe consentire di utilizzare le migliori sperimentazioni in ambiti prossimi ai servizi per il lavoro come l’inserimento delle persone con disabilità e la gestione del REI (reddito di inclusione). In entrambi gli ambiti si è dato vita ad una sperimentazione basata sul concetto di equipe interdisciplinari, che mettono intorno ad un tavolo competenze che da punti di vista diversi, quello dell’orientatore, dell’esperto di matching, del formatore e anche di chi ha una chiara idea delle esigenze “sociali” della persona, possono definire un progetto di inserimento nel mercato del lavoro. Progetto che è in grado di rispondere ai bisogni ad elevata complessità delle persone in carico.

Il REI avrà una vita lunga e fino al 2020 si affiancherà al Reddito di cittadinanza. L’inserimento di persone con disabilità ha una storia ormai consolidata e può fornire un quadro di esperienze nella gestione delle reti fra attori del territorio che possono ampliare le attuali competenze dei centri per l’impiego.

C’è quindi la possibilità di utilizzare il navigator come figura di congiunzione con queste esperienze anche perché una parte dell’utenza che beneficerà del reddito di cittadinanza è già conosciuta dai servizi che  operano sul REI e con la disabilità. La possibilità di utilizzare queste risorse a portata di mano consentirebbe un avvio meno traumatico della sperimentazione nazionale.

Per creare queste condizioni è però necessario forzare gli steccati che hanno impedito il dialogo ed il confronto tra centri per l’impiego, collocamento mirato ed equipe multidisciplinari.

E’ dunque necessaria una nuova stagione progettuale che colga l’occasione del reddito di cittadinanza per avviare un processo di riorganizzazione complessiva che rivaluti le esperienze pilota sviluppate nel corso di questi 3 decenni a partire dalla figura composita del navigator coinvolgendo gli operatori e favorendo la loro partecipazione in modo da definire modalità organizzative che consentano l’utilizzo di esperienze e competenze che potranno avvantaggiare l’azione del navigator.

Sergio Bevilacqua

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30 anni.JPGNel maggio del 1988 ho iniziato a collaborare con l’agenzia regionale Lombardia Lavoro nata nella seconda metà degli anni 80 come le agenzie del Friuli, Trentino, Val d’Aosta e Sardegna. L’attività di Lombardia Lavoro è consistita nella sperimentazione di servizi che nei decenni successivi sono diventati abituali per i centri per l’impiego, i centri accreditati al lavoro, le agenzie di orientamento. Si sono sperimentati i primi job club rivolti a persone disoccupate, il servizio di incontro tra domanda e offerta di lavoro, i corsi di riqualificazione per cassaintegrati, servizi ai tempi sostanzialmente sconosciuti. C’era chi, come Stefano Morri, iniziava a ragionare sulle potenzialità delle persone disabili ritenendo che si dovesse spostare l’attenzione dalla considerazione dei limiti dovuti alla patologia, alla valutazione delle potenzialità della persona disabile, approccio assolutamente innovativo in quegli anni.

Queste attività nel corso del tempo si sono strutturate in servizi che dalla ristretta esperienza delle agenzie regionali si sono progressivamente estese, con tempi e modalità diverse, agli enti di formazione professionale, ai neonati centri per l’impiego e a iniziare dal 2000 ai cosiddetti enti accreditati.

Lombardia Lavoro e le altre agenzie regionali sono stati gli incubatori della sperimentazione di servizi finalizzati allo sviluppo dell’occupabilità di giovani e adulti non occupati ai tempi assolutamente sconosciuti nel nostro paese. Questi servizi che si sono progressivamente imposti nell’ambito delle politiche attive del lavoro.

Quindi tutto bene? Se riflettiamo su cosa succedeva trent’anni fa possiamo dire che rispetto alla logica assistenziale che dominava le relazioni industriali con il ricorso ad un unico strumento, la cassa integrazione straordinaria che le aziende di grande dimensione utilizzavano senza limiti, effettivamente le cose sono migliorate.

Le politiche del lavoro si sono evolute dal momento che si è progressivamente puntato alla presenza di servizi per supportare l’inserimento delle persone al lavoro sostenendo le fasce più svantaggiate e fornendo servizi per rendere più efficiente il funzionamento del mercato del lavoro.

Però è necessario fare mente locale sulle occasioni che non hanno avuto un’adeguata attenzione. Si tratta di servizi, come l’orientamento, che non sono stati sviluppati per le potenzialità che hanno evidenziato. Ma anche di approcci nella gestione delle attività: si è sottovalutata l’importanza della valutazione dell’efficacia dei servizi. E si è sottovalutato anche l’importanza dell’integrazione fra politiche che avrebbero potuto generare sinergie importanti. Vediamo da vicino di cosa si tratta.

Lo sviluppo di servizi orientativi finalizzati a migliorare l’occupabilità delle persone che passano dalla disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro è stato un obiettivo poco sviluppato, come viene rilevato anche nel recente Monitoraggio dei servizi per il lavoro effettuato dall’ANPAL. Tuttora è largamente prevalente l’idea che il servizio fondamentale per i centri per l’impiego sia costituito dall’incontro domanda-offerta eventualmente supportato da banche dati. L’assenza di una seria politica orientativa è legata all’idea che l’agenzia che prende in carico la persona senza lavoro debba necessariamente risolvere il problema individuando le opportunità del lavoro. Come se l’attivazione della persona non costituisse in molti casi una leva in grado di consentire all’utente dei servizi di trovarsi autonomamente una soluzione lavorativa. Sullo sfondo riemerge la logica assistenziale che delega al centro per l’impiego o ad altre agenzie la soluzione della mancanza di lavoro, con il risultato di non corresponsabilizzare l’utente e riducendo il cosiddetto patto di servizio ad un atto assolutamente adempitivo.

Un’altra questione che non ha riscosso adeguata attenzione è la valutazione degli esiti dei vari servizi. In generale la pubblica amministrazione fatica a organizzare momenti di valutazione funzionale e non burocratica dell’efficacia dei servizi perché è complicato individuare i criteri di questa valutazione. Si assiste in questo modo alla chiusura di esperienze com’è avvenuto nel caso di Lombardia Lavoro, senza che l’efficacia dei servizi erogati sia stata adeguatamente valutata. Lo stesso approccio si è ripetuto sul cosiddetto capitolo 908 pochi anni più tardi. Il tema non è una prerogativa lombarda, ma può tranquillamente estendersi all’intero territorio nazionale.

Fra le opportunità non adeguatamente sviluppate c’è una mancata riflessione sull’importanza dell’integrazione tra politiche che operano in sistemi diversi.

Questa lacuna storica emerge in modo significativo negli ambiti in cui utenze molto particolari come le persone con disabilità e in situazione di svantaggio socio economico richiedono la gestione di servizi per l’inserimento nel mercato del lavoro con modalità che implicano l’integrazione fra operatori del lavoro e del sociale. Dispositivi come il reddito di inclusione (REI) e le ipotesi riguardante il reddito di cittadinanza implicano una collaborazione fra operatori dei centri per l’impiego e dei servizi  sociali. Questo ritardo è anomalo dal momento che sono presenti molte esperienze legate all’applicazione della norma relativa all’inserimento delle persone disabili in azienda: la legge 68 del ‘99. In molti territori si stanno sperimentando ormai da tempo reti di collaborazione tra operatori dei CpI, degli enti accreditati, dei servizi sociali e della cooperazione sociale. Emerge però una ripetuta difficoltà a consolidare questi progetti sperimentali favorendone l’evoluzione in servizi istituzionalizzati gestiti dalla pubblica amministrazione in collaborazione con il privato e la cooperazione sociale.

Una ulteriore riflessione legata alle difficoltà di integrazione fra le diverse politiche riguarda il rapporto tra chi si occupa di servizi per il lavoro e chi governa i servizi per lo sviluppo economico. Logica vorrebbe che le amministrazioni che hanno una delega a favorire lo sviluppo di servizi per il lavoro dialogassero con chi opera per lo sviluppo economico dei territori. Le politiche di sviluppo tendono a premiare nicchie di mercato del lavoro che esprimono dinamicità, sono in fase di crescita e quindi generano occupazione. A volte succede anche che le potenzialità di questi settori vengano limitate dalla difficoltà a reperire figure professionali nel mercato del lavoro come segnala De Vico con una certa ricorrenza dalle pagine del Corriere della Sera. Nel nostro paese non esiste alcuna tradizione di dialogo tra queste due politiche eppure sarebbe molto importante che chi finanzia lo sviluppo di imprese destinate a generare occupazione si preoccupasse di dare indicazioni a chi fornisce servizi nell’ambito dell’istruzione, della formazione professionale e dei servizi per il lavoro.

Come vediamo in questi trent’anni si è fatta molta strada, le politiche attive del lavoro si sono affermate così come i servizi per l’impiego. Inoltre si sono messe a fuoco alcune lacune su cui sarà importante nel prossimo futuro favorire nuove visioni. La nascita di servizi basati su una logica di integrazione fra operatori che appartengono a sistemi diversi – il sociale, il lavoro e lo sviluppo economico – sarà un banco su cui valutare l’efficacia dei servizi.

Inoltre sarà necessario concepire un nuovo linguaggio per le politiche attive che consenta una comunicazione più efficace con l’opinione pubblica il cui coinvolgimento costituisce un passaggio evolutivo significativo per il consolidamento di una cultura orientata all’utilizzo di servizi irrinunciabili in una società in cui il lavoro stabile è ormai al tramonto.

Sergio Bevilacqua

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Immagine assegno ricollocStanno arrivando i primi risultati relativi all’assegno di ricollocazione, sulle 30mila lettere inviate nella sperimentazione dell’assegno ben poche sono le risposte da parte dei destinatari. Inevitabile l’avvio dei ragionamenti sull’efficacia del dispositivo. Claudio Negro – profondo conoscitore delle politiche del lavoro lombarde – segnala alcuni punti di attenzione che sarebbe utile introdurre in tempi molto brevi. E lo stesso fa Luigi Olivieri, che ragiona tra l’altro sulla modalità di gestione della condizionalità. Se le basse adesioni al dispositivo verranno confermate, sarà necessario valutare rapidamente gli esiti e provvedere con una nuova progettazione, come d’altra parte sta accadendo con un altro dispositivo molto significativo, nell’ambito delle politiche sociali: il sostegno all’inclusione attiva.

Vorrei proporre un approccio al tema posto dall’assegno di ricollocazione che prende spunto dall’esperienza lombarda dal momento che la Regione Lombardia, anticipando la logica dell’assegno di ricollocazione, ha avviato quasi 4 anni fa un modello di politiche attive basato sullo strumento dei voucher (la cosiddetta DUL, Dote Unica Lavoro) che finanzia un’offerta di servizi rivolti alle persone senza lavoro erogata da centri per l’impiego ed agenzie accreditate al lavoro. Il modello prevede che i servizi di presa in carico e orientamento vengano finanziati “a processo” (come si usa dire) mentre quelli di scouting ed incontro tra domanda e offerta vengano remunerati “a risultato”: http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/23127131001_dlu_accom.pdf.
In sostanza, se l’agenzia favorisce il collocamento della persona che ha preso in carico ottiene una “premialità”. Se un’agenzia prende in carico e colloca una donna, over 50, senza diploma, da più di un anno fuori dal mercato del lavoro (fascia ad alta intensità di aiuto) avrà una premialità maggiore rispetto alla presa in carico di una persona giovane, diplomata, con pochi mesi di disoccupazione (fascia a bassa intensità d’aiuto): 1835 euro nel primo caso, contro i 567 del secondo. Approccio molto logico e razionale.

È anche efficiente? Per rispondere a questa domanda è necessario addentrarsi in alcuni aspetti tecnici. Il modello della Dote genera dal punto di vista organizzativo una elevata richiesta di documentazione amministrativa. Alcuni operatori accreditati segnalano che l’attività di rendicontazione richiesta supera per monte ore, l’attività erogata all’utente. Questo indicatore andrà monitorato con grande attenzione perché una delle storiche critiche alla scarsa efficienza dei CpI è legata al fatto che da erogatori di servizi rivolti a persone ed aziende si sono trasformati in organismi amministrativi che hanno dedicato scarsa attenzione e tempo alla gestione dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2014/09/01/centri-per-limpiego-e-una-questione-di-efficacia-ed-efficienza/. Inoltre sarebbe interessante verificare se enti accreditati e servizi per l’impiego siano stati sollecitati a dotarsi di un sistema autonomo di controllo dei costi in modo da avere la consapevolezza del costo del servizio erogato, indipendentemente dalla documentazione richiesta dalla Regione. In caso contrario l’impegno amministrativo si ridurrebbe alla gestione delle procedure per conto del committente finanziatore, indicatore che segnala il livello di indipendenza economica di questi enti.

C’è poi da chiedersi se il modello è efficace. I numeri relativi al collocamento delle persone prese in carico sono significativi: “Il numero di destinatari avviati al lavoro attraverso la DUL è di 30.812 (nel periodo 2013-’15) che corrisponde circa al 63% delle Doti assegnate” sostengono Francesco Giubileo e Simone Cerlini – https://lavoroeimpresa.com/2015/03/27/dote-unica-lavoro-dalla-regione-lombardia-un-esempio-di-innovazione-da-seguire/. Dato assolutamente significativo tanto più se confrontato con i dati che stanno emergendo dall’avvio della sperimentazione relativa all’assegno di ricollocazione.

È interessante notare il profilo delle persone prese in carico: “Il 67% del campione risulta avere come titolo di studio un diploma. Inoltre il campione è prevalentemente giovane: il 51% ha meno di 34 anni e, in generale, più del 75% dei destinatari è un under 45; infine, si tratta prevalentemente di disoccupati (più del 70%). In altre parole, l’idealtipo della Dote Unica del lavoro è un giovane Under 45, disoccupato, con un titolo di studio medio-alto (laurea o diploma)”. Questo porta gli autori del post citato a segnalare un punto di attenzione: “E’ necessario evitare che alcuni enti accreditati respingano soggetti molto lontani dal mercato del lavoro, come i disoccupati di lungo periodo Over 55’”. Tema ripreso l’anno successivo da Stefano Zanaboni: “Questo fenomeno, noto come “creaming”, benché sia esplicitamente vietato dalle normative vigenti (…), è purtroppo riscontrabile nelle aree in cui le regioni hanno impostato con la logica della remunerazione a risultato il proprio sistema di servizi al lavoro, sia che ciò riguardi i soli operatori privati come in Lazio, sia che coinvolga anche gli operatori pubblici come in Lombardia” – http://www.workmag.it/2016/09/servizi-per-il-lavoro-come-remunerare-senza-discriminare/.

Quali conclusioni trarre da queste riflessioni? Ben vengano le sperimentazioni come quelle dell’assegno di ricollocazione perché introducono l’idea che un nuovo servizio deve essere valutato prima di essere esteso a tutto il territorio. Peraltro l’innovazione introduce un confronto con un nuovo modo di gestire i servizi per il lavoro. Ben venga l’idea di premiare chi produce risultati, sistema introdotto dalla Dote lombarda, perché risulta uno stimolo alla produttività dei servizi soprattutto in un settore che storicamente si è “seduto” nella gestione dei servizi e ha avuto difficoltà a consolidare le sperimentazioni passate (job club, bilancio di competenze…) in una logica di miglioramento dell’offerta dei servizi. In questo contesto diviene estremamente importante la modalità di valutazione che verrà utilizzata per verificare l’efficacia dell’assegno di ricollocazione. Nel caso della Dote la Regione Lombardia ha adottato questi criteri:

  • tasso di successo inteso come capacità, da parte degli operatori, di far raggiungere ai destinatari dell’intervento il miglior risultato occupazionale;
  • soddisfazione dei destinatari dell’intervento, misurabile attraverso indagini di customer satisfaction.

A questi criteri va poi affiancata la verifica dei dati amministrativi citati in precedenza. Evidentemente, se le politiche alla base dell’assegno di ricollocazione spingono ad una presa in carico di “utenze difficili”, cioè persone da tempo espulse dal mercato del lavoro, con un’età elevata, un basso titolo di studio e con professionalità difficilmente ricollocabili, allora è necessario ampliare i criteri di valutazione attualmente utilizzati in Lombardia, integrandoli con un’attenta analisi dell’utenza presa in carico. Sarebbe inoltre importante utilizzare tecniche qualitative innovative, come quelle cui ricorrono le società che intendono valutare l’efficacia dei propri servizi commerciali (mistery client), tese a verificare le modalità utilizzate dagli operatori degli enti accreditati per verificare eventuali “forme di scoraggiamento” degli utenti, visto il senso del richiamo della dirigente dell’Agenzia del Lavoro di Trento: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/11/news/storia-di-antonella-l-unica-dirigente-che-applica-le-sanzioni-1.280201.

In conclusione, una questione di metodo: sarebbe utile che la sperimentazione dell’ANPAL, superata la fase di avvio, portasse con sé, già in fase di valutazione del nuovo dispositivo, uno spirito diverso nella gestione dei servizi. A lungo, in vista della nascita dell’ANPAL, si è assistito ad un dibattito acceso e poco costruttivo su quale fosse il modello migliore, quello pubblico o quello orientato al privato. Sarebbe utile risolvere una volta per tutte questa discussione con un approccio estremamente pragmatico cioè orientato ai “clienti” delle politiche attive del lavoro. Parola chiave che si sente sempre troppo poco nel dibattito sul futuro delle politiche attive e scompare addirittura nella gestione dell’assegno di ricollocazione. I clienti sono le persone, quindi i disoccupati con i loro bisogni variegati e le aziende, che non sono solo dispensatori di posti di lavoro come ci si ostina a pensare, ma evidenziano richieste, bisogni che è necessario prendere in considerazione. Sicuramente il modo migliore per rispondere ai bisogni di entrambi è un cambio radicale di passo. Si tratta di uscire dalle risposte che il singolo ente, pubblico o privato, è in grado ad oggi di fornire, spesso assolutamente inadeguate alle richieste di disoccupati e aziende, come evidenziano spietatamente i dati relativi agli esiti delle persone che trovano lavoro in Italia (insieme mediano il 9% dei contratti, secondo l’ISFOL). Sarebbe utile, invece, costruire una logica di sistema che valorizzi le esperienze gestite da province virtuose per quanto riguarda i servizi rivolti ai disoccupati disabili. Tema che tende ad essere dimenticato dalle politiche attive del lavoro. In questi casi la collaborazione fra pubblico e privato esiste, non è conflittuale, favorisce l’integrazione dei servizi offerti dai singoli enti. E inoltre sviluppa un forte orientamento ai bisogni dell’azienda migliorando nel tempo la qualità dell’offerta dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2016/05/16/quando-un-sistema-acquista-consapevolezza/.

Si registra quindi ancora un ampio margine di sviluppo dei servizi nell’ambito delle politiche attive, serve un deciso orientamento alla promozione del “miglioramento continuo” da parte del pubblico e anche da parte del privato. L’idea di sistemi di governance e di modelli che rimangono intatti appartiene ad un passato in cui la percentuale del PIL è destinata ad incrementi di pochi decimali grazie alla scarsa efficienza del sistema dei servizi al lavoro: pubblici e privati.

Serve la capacità e la volontà di valutare gli esiti dei modelli, a cominciare da una seria valutazione del dispositivo dell’assegno di ricollocazione, la volontà di riprogettare i servizi delle politiche attive sviluppando l’orientamento all’innovazione e alle esigenze del sistema cliente.

Sergio Bevilacqua

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fileDomanda d’obbligo in vista del nuovo anno, che però ha come risposta il buio più profondo. Ma com’è possibile, tra poco scompariranno le province, nasceranno le città metropolitane e non si sa ancora niente del futuro dei centri per l’impiego (CpI)?

Eppure è così! Peraltro in un periodo in cui il problema dell’occupazione nel nostro paese è centrale. Ciononostante si sa poco o nulla. E questo è un problema a cui si potrebbe rapidamente porre rimedio. Esistono i media tradizionali, i social network, alcuni gestiti da figure che ricoprono ruoli nel ministero del lavoro. Forse sarebbe opportuno che si rompesse il muro dell’opacità e si cominciasse a render conto delle diverse ipotesi su cui si sta lavorando.

Non si può pensare di gestire un processo di cambiamento che implicherà accorpamenti e riordini di funzioni le cui conseguenze si riverseranno su migliaia di persone che dovranno in vario modo ridefinire le proprie modalità di lavoro. Centinaia di responsabili dovranno rivedere le procedure che regolano le attività, si dovranno ridefinire i parametri di erogazione dei servizi e impostare nuove modalità di gestione del lavoro del personale. Insomma un colossale lavoro per gestire la ridefinizione delle funzioni organizzative e reimpostare i servizi per l’impiego. Qualunque siano le scelte future: passaggio dei CpI alle regioni, alle unioni dei comuni, ad un’agenzia statale.

Forse è il caso di procedere dando la massima visibilità alle scelte in campo, alle posizioni che stanno emergendo, alle osservazioni relative alle diverse soluzioni. E questa visibilità bisognerebbe concretizzarla rapidamente cambiando un vecchio stile nazionale che relega alle stanze che contano le decisioni più rilevanti, come se le opinioni di chi opera nel settore fossero inutili e marginali.

Il nostro piccolo contributo intendiamo darlo subito riportando le opinioni di Antonio Bonardo di GiGroup favorevole al trasferimento all’INPS dei CpI e di Romano Benini  docente de La Sapienza di Roma che raccoglie minuziosamente i pro ed i contro delle diverse ipotesi sul tappeto.

Una proposta per il nuovo anno però è proprio il caso di farla. E’ utile introdurre il concetto di trasparenza in processi di cambiamento così rilevanti. Ma è altrettanto utile ricordare il senso della presenza dei CpI. Quale deve essere lo scopo di un centro per l’impiego? Fino ad ora di offrire servizi per l’occupabilità e l’occupazione rivolti a persone che perdevano il lavoro dipendente e a giovani in cerca del primo impiego. Disabili, svantaggiati, autonomi, piccoli imprenditori, partite IVA e manager invece sono mondi a parte. Forse è il caso di rivedere questa obsoleta divisione del mondo del lavoro e trovare sinergie tra enti che si occupano di utenze diverse includendo gli utenti a cui non pensa nessuno.

Dei disabili si occupa il collocamento mirato disabili (CMD) che con i CpI non ha alcuna relazione o ne ha molto poche. Non è giunto il momento di rivedere questa impostazione poco efficace? Delle persone in situazione di svantaggio se ne occupano i servizi (o nuclei) di inserimento lavorativo che non sono presenti in tutto il territorio nazionale e che non dialogano con CMD e CpI. Anche in questo caso non possiamo più permetterci antiche separazioni che caratterizzavano la gestione del welfare italiano.

Di autonomi, partite IVA, piccoli imprenditori e manager si occupano in ordine sparso qualche camera di commercio, qualche associazione datoriale e qualche associazione di dirigenti. Poche esperienze del tutto scollegate. Anche in questo caso le antiche distrazioni dei CpI vanno rivedute. Magari con più creatività del passato, dando vita a reti fra soggetti diversi in cui ognuno svolga la propria funzione e valorizzi la propria storia e le proprie peculiarità. Cosa che peraltro avviene già  in molti territori  per l’inserimento lavorativo dei disabili.

Insomma non si può pensare a ridefinire il futuro dei CpI senza pensare ai bisogni cui i centri devono dare risposte efficaci. Questa è la scommessa che il paese ci impone, adesso.

Sergio Bevilacqua

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DRGMontezumaLa rivista Una città ha pubblicato un’intervista a due persone che si occupano di politiche attive del lavoro da punti di vista diversi, Claudio Negro segretario aggiunto della UIL Lombardia e il sottoscritto, consulente nelle politiche attive del lavoro, per capire dove siamo con le politiche attive.

L’intervista casca al momento giusto perché si sta ragionando sul futuro delle politiche del lavoro e dei servizi per l’impiego pubblici. Chi se ne farà carico, con quali modalità, l’agenzia che potrebbe gestire queste attività a chi risponderà: al ministero o ci saranno agenzie regionali? Questi sono gli interrogativi che in questi mesi rimbalzano fra gli addetti ai lavori. Tanto più che a fine anno le province che si sono occupate di politiche del lavoro da quasi 15 anni perderanno questa funzione.

Il periodo di crisi peraltro rende sempre più attuale il tema: la difficoltà del mercato ha pesanti ricadute sulla situazione lavorativa e migliaia di persone ex dipendenti, autonomi e piccoli imprenditori sono costrette a ripensare il proprio rapporto con la dimensione lavoro e a ridefinire un nuovo progetto professionale. In questo momento lo fanno da sole e senza supporto.

Proprio di questo si parla nell’intervista partendo da alcuni dati, illustrati nel convegno della UIL Lombardia del 16 giugno, che Claudio Negro analizza. Emerge che le persone che si sono ricollocate negli ultimi 3 anni utilizzando i servizi finanziati dalla Regione (la cosiddetta dote lavoro) per due terzi lo hanno fatto autonomamente dopo aver seguito percorsi finalizzati all’occupabilità.

Non è un passaggio da poco perché segnala l’importanza strategica dei servizi finalizzati ad aumentare l’occupabilità della persona: quindi le nuove competenze che integrino capacità ormai obsolete. Ma anche e soprattutto la consapevolezza delle competenze possedute, elemento in genere poco considerato ma la cui mancanza ha effetti devastanti sulle persone.

Infatti se la disoccupazione o la mancanza di lavoro genera un elevata crisi di autostima e forti stati depressivi che precludono la capacità da parte del disoccupato di dar vita ad un progetto professionale come dice molto chiaramente una manager in una recente intervista, allora l’antidoto va ricercato con grande attenzione. Il lavoro sull’occupabilità diviene chiave di successo di un nuovo rapporto con lo stato di crisi e con la situazione legata alla mancanza del lavoro. E succede che le persone ce la facciano da sole, senza necessariamente l’aiuto di chi si occupa di favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro: siano i centri per l’impiego o le agenzie per il lavoro private.

Ma questa affermazione ha ovviamente delle implicazioni non indifferenti: su quante persone si può fare realisticamente un serio lavoro di sviluppo dell’occupabilità? Che costi ha?

Interrogativi veri che è il caso di porsi valutando l’efficacia delle politiche del lavoro e dei servizi per l’impiego. E’ venuto il momento di chiedersi quanto costano e che risultati forniscono i servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro, gestiti dagli operatori e gestiti tramite banche dati on line. Quali utenti usufruiscono di questi servizi, che risultati avrebbero con una ricerca autonoma dell’occuapazione. Insomma fare il punto sulle politiche del lavoro implica valutarne l’efficacia con estremo disincanto e capire cosa serve oggi e cosa possiamo ridimensionare attuando risparmi e aumentando l’efficienza del sistema.

La situazione economica e quella occupazionale rendono urgente la risposta a questi quesiti. E il clima interno ai servizi per l’impego pubblici anche! Non si può pensare di non dare visibilità alle scelte in atto agli operatori dei centri per l’impiego e dei settori lavoro delle province che non sapranno che ne sarà di loro nei prossimi mesi.

La mancanza di lavoro richiede grande sensibilità e attenzione da parte dello Stato. E il lavoro di chi si occupa dei servizi per l’impiego anche!

Sergio Bevilacqua

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mani-che-scrivonoQuesta volta vorremmo approfondire un’esperienza che comincia ad avere mesi di vita, che è stata rivolta a persone disoccupate (a dire il vero ha delle versioni anche per persone che lavorano) e che si sta diffondendo in varie città (Lodi, Parma ma ci sono abboccamenti anche con Trieste e Bergamo).

Si tratta dei gruppi di auto aiuto di cui abbiamo già parlato nel post precedente. Un’esperienza molto particolare condotta dalla Camera del Lavoro di Milano in accordo con l’Assessorato alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano.

E’ particolare perché valorizza un tema a lungo sottaciuto: la sofferenza di chi perde il lavoro, la difficoltà del singolo a rielaborare un vero e proprio lutto, il valore assolutamente individuale dell’esperienza di rielaborazione della perdita del lavoro. L’importanza di sbloccare questo passaggio per poter poi tornare in gioco e ridefinire un nuovo progetto professionale. Anche se non si è più giovani.

Per battere la disoccupazione è necessario che le persone si attivino, diventino protagoniste della ricerca di una nuova soluzione. Lo dice bene Claudio Negro, Segretario aggiunto della UIL Lombardia  che nel convegno organizzato il 14 giugno ha segnalato che un primo bilancio delle doti lavoro regionali (i voucher che  la Regione finanzia per favorire occupabilità e occupazione di chi è senza lavoro) ha dimostrato che le persone che si sono ricollocate negli ultimi 3 anni utilizzando i servizi finanziati per due terzi lo hanno fatto autonomamente.

Nell’ intervista che segnaliamo il responsabile del Dipartimento sociale della Camera del Lavoro di Milano, Corrado Mandreoli, spiega come sono nati e come si stanno sviluppando i gruppi di auto aiuto. Spiega anche delle dinamiche ci si sviluppano all’interno dei gruppi e di come possa succedere che l’operario entri in sintonia con il dirigente sanitario perché la difficoltà di reagire alla perdita del lavoro non conosce barriere gerarchiche e accomuna tutti i profili professionali.

Si possono dire tante cose di questa esperienza: dello spirito garibaldino, di un setting da precisare, della visione sindacale unitaria. Ma tutte queste cose varrà la pena affrontarle in un secondo momento, quando verrà il momento della valutazione. Per adesso è importante fare, abbattere il muro della stasi e della difficoltà ad iniziare. Anche perché il dubbio sul senso delle politiche attive del lavoro è sempre dietro l’angolo: “A cosa servono le politiche attive se poi i posti di lavoro non ci sono?”.  Vai a spiegare che i posti ci sono e che in Lombardia sul milione di persone che hanno cessato il lavoro per vari motivi (l’hanno perso, sono andati in pensione, si sono trasferiti) negli anni 2008-’13 più di un terzo si sono ricollocate di cui l’80% nei primi sei mesi. Vai a spiegare che al convegno citato il professore Mezzanzanica  dell’università Bicocca ha censito settori, profili e territori dove in Lombardia si assume, ora. Il dubbio esistenziale sull’utilità delle politiche attive è sempre duro a morire.

Per questo sono importanti esperienza come quella dei gruppi di auto aiuto, perchè provano ad innovare le politiche attive del lavoro, ora.

Sergio

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innovazione-socialeNon solo, è necessario, improrogabile, inevitabile. Perché la crisi morde e il lavoro ne risente, tutto il mondo del lavoro sia quello dipendente che quello autonomo e delle imprese. La mancanza di lavoro unifica i bisogni e il variegato mondo del lavoro improvvisamente si ricompatta in un modo che non siamo abituati a pensare. Episodi drammatici come quello accaduto a Romeo Dionisi muratore ex dipendente e poi partita IVA che il mese scorso si è tolto la vita insieme alla moglie a Civitanova Marche tolgono ogni alibi a visioni che hanno identificato le politiche attive del lavoro nei servizi rivolti unicamente a dipendenti espulsi dal mercato del lavoro oppure verso i disoccupati in cerca di lavoro. Autonomi, partite IVA, piccoli imprenditori e anche i manager non sono mai stati considerati da chi opera nelle politiche attive del lavoro. Sono un mondo sconosciuto ai servi per l’impiego. I risvolti drammatici della crisi stanno obbligando gli attori delle politiche attive a prendere atto che bisogna fare qualcosa di nuovo.

A Milano ci ha pensato CNA a proporre con il patrocinio del Comune uno strumento come il counseling a piccoli imprenditori ed esercenti. Si tratta di una novità perché un’associazione datoriale non si è mai spesa in prima persona nell’erogazione di servizi per l’impiego, svolgendo peraltro anche una funzione di supporto alla governance.

Fra le novità è utile citare un servizio rivolto ad un’utenza conosciuta dalle politiche attive, persone disoccupate, cui è stato rivolto un servizio assolutamente nuovo: un percorso di auto aiuto. E questa novità è considerevole perché si pensa che il disoccupato abbia una dimensione personale, soggettiva, che richiede un supporto per elaborare emozioni che possono divenire travolgenti. Ed è considerevole anche perché lo strumento è frutto di un approccio multidisciplinare: infatti è diffuso nelle politiche sociali mentre è una prassi sconosciuta per le politiche attive. Interessante poi notare che questo servizio viene erogato da una struttura sindacale, che anche lei si spende in prima persona, in collaborazione con il Comune di Milano.

Tirando le somme da dove si può iniziare per introdurre i cambiamenti?

  • dai territori – pensando al coinvolgimento delle associazioni datoriali e sindacali che potrebbero fornire risorse per avviare nuovi servizi e nuovi modi di gestire l’uscita del personale in esubero
  • dai bisogni delle persone in difficoltà –rivedendo le tradizionali tipologie di utenti delle politiche attive. Si può pensare di concepire servizi di supporto per le partite IVA in difficoltà coinvolgendo le associazioni professionali? Oppure per piccoli imprenditori in crisi insieme alle associazioni datoriali?
  • Da un approccio finalmente multidisciplinare – che consenta di pescare servizi in altri ambiti come le politiche sociali e che consenta di identificare ulteriori sinergie. Un servizio di inserimento lavorativo può collaborare con un centro per l’impiego per dar vita a nuovi servizi per l’impiego?

Le esperienze in atto cominciano a dare delle risposte, assolutamente costruttive. Ed è una buon notizia per chi intende pensare all’innovazione delle politiche attive del lavoro.

Sergio

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