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Posts Tagged ‘futuro dei centri per l’impiego’

Nuova immagine (1)Questo post è a firma di Eugenia Scandellari che lavora nel Servizio politiche del lavoro della provincia di Modena dove si occupo di coordinamento e monitoraggio dei servizi dei CPI. Ci ha scritto per commentare il nostro post “Quale futuro per i Centri per l’impiego?” e le abbiamo chiesto un contributo che ospitiamo molto volentieri.

L’interrogativo che riguarda il futuro dei Centri per l’impiego proposto da questo blog è un invito solleticante per chi si occupa di programmazione e gestione dei servizi per il lavoro. Al di là di chi saranno i soggetti competenti per le politiche del lavoro dopo il superamento, ormai certo, delle province, è opportuno chiedersi quale ruolo potranno giocare i servizi pubblici per l’impiego in un mercato del lavoro così profondamente diverso da quello in cui hanno preso vita.

Di centri per l’impiego si parla poco e quando se ne parla, il giudizio arriva impietoso, ma, ahimè, praticamente unanime: sono inutili perché non “trovano lavoro alle persone”. Se queste affermazioni sono giustificabili quando provenienti da  un’utenza sempre più insofferente e arrabbiata, rischiano di apparire superficiali quando espresse da politici e analisti che dovrebbero prospettare soluzioni mettendo al centro i bisogni dei cittadini.

Dunque, i centri per l’impiego sono inefficaci. Perché hanno una funzione, quella di trovare lavoro alle persone, che non sono in grado di portare a termine. È vero, le riforme del mercato del lavoro hanno attribuito ai servizi pubblici per l’impiego funzioni di intermediazione e incontro tra domanda e offerta di lavoro molto diverse da quelle attribuite ai vecchi uffici di collocamento, ma sappiamo bene che rimangono in capo al soggetto pubblico competenze di tipo amministrativo (riconoscimento e gestione dello stato di disoccupazione, gestione delle comunicazioni obbligatorie, delle  liste di mobilità…), oltremodo accresciute dall’attuale stato di crisi economica. Basti pensare alla gestione dei servizi in favore dei beneficiari di ammortizzatori sociali in deroga che hanno notevolmente incrementato il flusso di persone nei servizi. Inoltre, i CpI offrono servizi di orientamento al lavoro, spesso sottovalutati ma valido supporto alle persone alla ricerca di lavoro. Servizi che non hanno un impatto diretto sull’inserimento lavorativo delle persone, ma che hanno l’obiettivo di attivarle e  renderle autonome nella ricerca di un’occupazione. Faccio mia l’espressione di una collega, responsabile di un centro, che ama ripetere ai suoi operatori: “Ai nostri utenti non dobbiamo dare il pesce, dobbiamo dare la canna da pesca!” Colloqui approfonditi, percorsi formativi brevi sugli strumenti e i canali per la ricerca, tirocini sono la “canna da pesca” che quotidianamente chi lavora nei CpI cerca di mettere a punto e offrire a sostegno delle persone. Ampliando l’analisi dell’impatto dei servizi al numero di persone che hanno trovato occupazione a seguito di una di queste iniziative, la valutazione dei risultati ottenuti dai nostri centri potrebbe essere molto più confortante.

Ma torniamo alla difficoltà di far incontrare domanda ed offerta di lavoro. È un problema risolvibile? In che modo? Ci sono soggetti in grado di svolgere questa funzione, da cui i servizi pubblici possano prendere esempio o, meglio, con cui  possano stringere alleanze per ottenere quel risultato a cui oggi dobbiamo tendere, ossia aumentare la capacità di domanda ed offerta di incontrarsi, aumentando così la loro efficacia? Riporto a titolo esemplificativo qualche cifra dal rapporto Excelsior 2013 sulla provincia di Modena. Il 4% delle assunzioni effettuate dalle imprese nel 2012 è transitato dai CpI, il 5,5 dalle società di selezione (comprese associazioni di categoria) e il 3,7 dalle agenzie di somministrazione. Il 57% delle assunzioni è avvenuta per conoscenza diretta del candidato o per segnalazione da parte di clienti e fornitori. Se ci fermassimo ai numeri, potremmo facilmente affermare che il nostro mercato del lavoro non ha bisogno di soggetti intermediari, pubblici o privati che siano. Domanda ed offerta di lavoro si incontrano in maniera spontanea, quasi naturale. Il problema è che un mercato del lavoro che si regola in questo modo è difficilmente intercettabile da molti cittadini, esclude quelli che hanno meno risorse dal punto di vista della capacità di attivazione e delle relazioni su cui contare. L’importanza delle relazioni interpersonali è un dato di fatto, che non deve essere un alibi né per che gestisce i servizi, né per i cittadini che rischiano di essere esclusi. I CpI devono servire a creare un mercato del lavoro più equo e accessibile, partendo dai bisogni che le persone esprimono quando sono alla ricerca di un’occupazione. È difficile individuare a priori fasce di popolazione più bisognose: giovani e non-più-giovani, persone con disabilità, donne e uomini al rientro da lunghe assenze dal lavoro per motivi di cura. Ma aggiungerei lavoratori autonomi o atipici che vivono momenti di non lavoro e hanno bisogno di fare sintesi e valorizzare le proprie esperienze traducendole in capacità e competenze spendibili. Le persone possono esprimere bisogni di vario genere in diverse fasi della propria vita, dipende dalla loro storia personale e professionale, dalle loro aspettative e, come abbiamo visto, dalla quantità e qualità delle loro relazioni, dalla capacità di attivarle e valorizzarle.

Il vuoto che i CpI possono colmare è quello di servizi orientativi veri, fatti di ascolto, attenzione al bisogno, informazione adeguata e personalizzata, attivazione di misure formative, occasioni di incontro con le imprese. Ci sono soggetti che sul territorio svolgono questi servizi in maniera diffusa e generalizzata? E che lo fanno entrando in relazione con altri soggetti (scuole, enti di formazione, Università, servizi sociali, enti locali, imprese) nel tentativo di dar vita ad un sistema che orienta? In alcune realtà ci sono sicuramente dirigenti, funzionari e operatori  che hanno capacità e volontà di programmare e offrire misure di questo tipo mettendo al centro il cittadino. I centri possono svolgere un ruolo determinante nell’orientamento, inteso come insieme di iniziative a supporto dell’occupabilità. Interessante dal punto di vista teorico un documento, frutto del lavoro di un tavolo inter istituzionale costituitosi in base alla legge Fornero, che contiene  linee guida sul tema dell’orientamento permanente. La chiave di svolta può essere riconoscere finalmente l’importanza dell’orientamento e cominciare a lavorarci? In termini di efficacia diventerà imprescindibile, come alcuni studi a livello europeo hanno dimostrato, ragionare  seriamente sull’integrazione tra politiche attive e passive, sull’obbligatorietà di partecipare a iniziative di orientamento/formazione per chi beneficia di qualche forma di sostegno al reddito. Ma questo è un altro tema da approfondire.

Per ora accontentiamoci di partire da  valutazioni più obiettive, mettiamo da parte quelle argomentazioni pregiudiziali e cominciamo a ragionare sulle possibili traiettorie che i CpI possono prendere per diventare un servizio veramente utile al cittadino.

Eugenia Scandellari

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