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Posts Tagged ‘orientamento di gruppo, counseling, perdita del lavoro, reti di partenariato, politiche attive del lavoro, rielaborazione della perdita del lavoro, adulti senza lavoro’

immagineblogalidaAlida Franceschina è Professional Counselor, collabora con SLO di cui è stata partner. Ha curato progetti per  sperimentazione di percorsi integrati  tra Centri per l’impiego e Servizi sociali e preso parte  ai progetti “Azioni di rete per il lavoro”  promossi da Regione Lombardia rivolti ad adulti disoccupati. 

Valutiamo positivamente i progetti di politica attiva se aiutano le persone a trovare un nuovo lavoro.  Ha trovato un lavoro il signor Giulio? E la signora Rosa? Se si allora vuol dire che il signor Giulio e la signora Rosa, noi operatori e la Regione che finanzia i progetti, tutti insieme ce l’abbiamo fatta.

Può bastare? Il sistema a voucher dice che sostanzialmente sì, può bastare. Tra i progetti di politica attiva finanziati con risorse del Fondo sociale europeo e da Regione Lombardia lo scorso anno sono state promosse le Azioni di Rete per il Lavoro che hanno previsto servizi di accompagnamento alla ricollocazione di lavoratori in uscita da crisi aziendali.

 

Vale la pena di interrogarsi sul senso assegnato alle azioni a valle dell’inserimento e il focus di questa riflessione è sul percorso di orientamento. La domanda a cui cercherò di rispondere riguarda l’utilità, in percorsi di questo genere, dell’orientamento di gruppo. E per argomentare focalizzerò l’attenzione unicamente sui partecipanti, rimandando ad altra occasione la riflessione rispetto gli altri attori che fanno parte del progetto.

Il caso di una signora che chiameremo Rosa ci guiderà nella riflessione. Rosa partecipa insieme a 12 persone all’incontro di presentazione, vorrebbe trovare un lavoro ma è convinta che non sarà possibile. Dopo due ore di domande e risposte sul progetto che prevede una prima parte di orientamento di gruppo, un job club per la definizione del curriculum, l’assistenza nella ricerca attiva, una fase di assessment per valutare quali competenze spendere nella ricerca e per perfezione le modalità di gestione del colloquio ed una fase di scouting per alimentare l’attività di ricerca individuale, decide di partecipare. La settimana successiva inizia la prima di otto giornate di orientamento di gruppo durante le quali Rosa condivide con gli altri partecipanti timori e attese: il timore della delusione nel caso il progetto non fosse in grado di aiutarla a trovare lavoro. E poi la paura di perdere tempo, anziché darsi da fare subito nella ricerca del lavoro. Non sa se riuscirà a prendere parte a tutto il percorso: la famiglia reclama attenzione ora che non ha un lavoro a tempo pieno, c’è poi la difficoltà a governare questo periodo di vuoto. Strisciante, il pessimismo busserà ogni giorno. A tratti spera che il percorso la possa aiutare a ritrovare un po’ di sicurezza in se stessa, magari una maggior chiarezza sulle sue competenze e capacità.

Rosa è una signora di 54 anni, senza lavoro. La sua storia professionale si è interrotta la prima volta bruscamente nell’ottobre 2011. Dopo di allora vari contratti di breve durata. Ha un curriculum ben fatto, le attività sono ben descritte, si è occupata di contabilità; è iscritta alle liste di mobilità.

Cosa è successo durante il corso

Rosa è presente a tutti gli incontri, arriva spesso affannata per mille altri impegni. Interviene continuamente, interpreta le parole ed i silenzi dei suoi colleghi: nelle prime giornate è difficile contenerla. Chiede di parlare, reclama spazio, ascolto. Partecipa e si fa portavoce del diffuso scetticismo sulle reali possibilità di trovare un lavoro dignitoso. Giorno per giorno Rosa condivide con gli altri le sue paure ed i suoi problemi: soprattutto si fa strada la consapevolezza che la mancanza di lavoro porta con sé sentimenti di colpa e di incapacità. Rivisita la sua storia professionale e scopre sorprendendosi, di saper fare più cose di quante pensava.

Dapprima strabordante nel suo bisogno di reclamare attenzione e ascolto Rosa riduce via via i suoi interventi e sviluppa un atteggiamento di progressiva fiducia. Si apre ad una visione meno negativa, lavora attivamente per migliorare la sua presentazione: scopre nuova energia ed una ritrovata cura di sé.

Quali indicazioni di metodo?

Tanti i fili da tessere nella conclusione. Il primo chiama in causa il contesto sociale. Come counselor incontro in aula individui che hanno perso il lavoro: sfiducia, pessimismo, segnali di avvilimento sono diventati sempre più forti, anche perché gli intervalli tra un lavoro di breve durata ed un altro si dilatano. Anche la rabbia, il senso di aver subito un’ingiustizia, sono diventati più cupi, si trasformano in un arresa ineluttabile di fronte al grande tema della crisi economica.

Il counseling diventa allora uno spazio protetto che consente di prendersi cura di sé, di condividere con altre persone uno stato: “la disoccupazione”. Uno stato che costituisce un appesantimento e riduce la capacità di reazione delle persone. Lavorare con il gruppo per il counselor significa lavorare sulla zavorra e contemporaneamente sul futuro; ciò significa essere consapevoli che esiste un compito esplicitato da svolgere insieme ed un altro compito che invece non è dichiarato.

Il compito manifesto: nel gruppo gli individui narrano, valorizzano e riconoscono le storie professionali, ricche di competenze e capacità sviluppate nelle precedenti esperienze, non solo lavorative, ma anche personali agite tutti i giorni. Così facendo le persone possono individuare competenze e capacità, vincoli e rifiuti per una nuova progettualità.

L’utilizzo di esercitazioni che si ispirano al metodo del “Bilancio delle competenze” consente di  riappropriarsi di competenze dimenticate o mai valorizzate e di identificare attraverso l’elaborazione delle competenze sviluppate i punti di forza personali e professionali su cui è possibile contare. Valorizzare le competenze porta con sé un effetto collaterale potente: consente di riprendere un po’ di autostima, di valore di sé che è andato perduto con la perdita del lavoro. Inoltre le persone sperimentano uno strumento per indagare il concetto di professionalità, strumento di per sé complesso ma ormai indispensabile per gestire una precarietà che prevede entrate ed uscite dal lavoro ripetute nel tempo.

Sotto traccia, il compito latente affidato al counselor è quello di non arrendersi di fronte al clima imperante nel gruppo. Il counselor sperimenta tutte le emozioni che il gruppo vive. In particolare la convinzione, che nasconde la paura di non riuscire, di non farcela. E’ quindi costretto a fare i conti con il sentimento di inadeguatezza perché qualunque cosa dica, qualunque attività proponga, tutte cadono nel deserto emotivo. Il suo ruolo è quello di chi contiene fantasmi e paure, mantenendo però ferma la barra per sostenere la voce della speranza.

Aiuta quindi il gruppo a non concentrarsi unicamente sul presente, a ritrovare fiducia su se stessi ed a provarci di nuovo. Cosa che è successa a Rosa che ha preso parte a tutto il percorso, con costanza e tenacia. E alla fine ha trovato un lavoro, sempre nel suo ambito: l’amministrazione.

A conclusione riprendo il quesito iniziale sull’utilità dell’orientamento di gruppo nei percorsi che intendono contrastare i problemi di disoccupazione. L’orientamento di gruppo si rivela efficace nell’ attivare il protagonismo di chi si trova senza lavoro, così che  l’utente dei servizi sia parte attiva nel processo di ricollocazione, perché  è pur vero che in questi percorsi ci si può avvalere anche di strumenti come lo scouting aziendale, ma senza la collaborazione delle persone, senza il loro impegno convinto,  l’efficacia dei servizi di politiche attive è destinata a risultati mediocri.

Il caso della signora Rosa ci dice che l’orientamento di gruppo e la gestione attenta del ruolo del counselor possono migliorare sensibilmente le performance delle politiche attive del lavoro nel contrasto della drammatica situazione occupazionale del nostro paese, anche per fasce di utenza giudicate complesse come gli over 50.

Come diceva molti secoli fa un esperto, Sant’Agostino, «La speranza ha due bei figli: la rabbia ed il coraggio. La rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio di vedere come potrebbero andare».

Alida Franceschina

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