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Posts Tagged ‘politiche attive del lavoro’

30 anni.JPGNel maggio del 1988 ho iniziato a collaborare con l’agenzia regionale Lombardia Lavoro nata nella seconda metà degli anni 80 come le agenzie del Friuli, Trentino, Val d’Aosta e Sardegna. L’attività di Lombardia Lavoro è consistita nella sperimentazione di servizi che nei decenni successivi sono diventati abituali per i centri per l’impiego, i centri accreditati al lavoro, le agenzie di orientamento. Si sono sperimentati i primi job club rivolti a persone disoccupate, il servizio di incontro tra domanda e offerta di lavoro, i corsi di riqualificazione per cassaintegrati, servizi ai tempi sostanzialmente sconosciuti. C’era chi, come Stefano Morri, iniziava a ragionare sulle potenzialità delle persone disabili ritenendo che si dovesse spostare l’attenzione dalla considerazione dei limiti dovuti alla patologia, alla valutazione delle potenzialità della persona disabile, approccio assolutamente innovativo in quegli anni.

Queste attività nel corso del tempo si sono strutturate in servizi che dalla ristretta esperienza delle agenzie regionali si sono progressivamente estese, con tempi e modalità diverse, agli enti di formazione professionale, ai neonati centri per l’impiego e a iniziare dal 2000 ai cosiddetti enti accreditati.

Lombardia Lavoro e le altre agenzie regionali sono stati gli incubatori della sperimentazione di servizi finalizzati allo sviluppo dell’occupabilità di giovani e adulti non occupati ai tempi assolutamente sconosciuti nel nostro paese. Questi servizi che si sono progressivamente imposti nell’ambito delle politiche attive del lavoro.

Quindi tutto bene? Se riflettiamo su cosa succedeva trent’anni fa possiamo dire che rispetto alla logica assistenziale che dominava le relazioni industriali con il ricorso ad un unico strumento, la cassa integrazione straordinaria che le aziende di grande dimensione utilizzavano senza limiti, effettivamente le cose sono migliorate.

Le politiche del lavoro si sono evolute dal momento che si è progressivamente puntato alla presenza di servizi per supportare l’inserimento delle persone al lavoro sostenendo le fasce più svantaggiate e fornendo servizi per rendere più efficiente il funzionamento del mercato del lavoro.

Però è necessario fare mente locale sulle occasioni che non hanno avuto un’adeguata attenzione. Si tratta di servizi, come l’orientamento, che non sono stati sviluppati per le potenzialità che hanno evidenziato. Ma anche di approcci nella gestione delle attività: si è sottovalutata l’importanza della valutazione dell’efficacia dei servizi. E si è sottovalutato anche l’importanza dell’integrazione fra politiche che avrebbero potuto generare sinergie importanti. Vediamo da vicino di cosa si tratta.

Lo sviluppo di servizi orientativi finalizzati a migliorare l’occupabilità delle persone che passano dalla disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro è stato un obiettivo poco sviluppato, come viene rilevato anche nel recente Monitoraggio dei servizi per il lavoro effettuato dall’ANPAL. Tuttora è largamente prevalente l’idea che il servizio fondamentale per i centri per l’impiego sia costituito dall’incontro domanda-offerta eventualmente supportato da banche dati. L’assenza di una seria politica orientativa è legata all’idea che l’agenzia che prende in carico la persona senza lavoro debba necessariamente risolvere il problema individuando le opportunità del lavoro. Come se l’attivazione della persona non costituisse in molti casi una leva in grado di consentire all’utente dei servizi di trovarsi autonomamente una soluzione lavorativa. Sullo sfondo riemerge la logica assistenziale che delega al centro per l’impiego o ad altre agenzie la soluzione della mancanza di lavoro, con il risultato di non corresponsabilizzare l’utente e riducendo il cosiddetto patto di servizio ad un atto assolutamente adempitivo.

Un’altra questione che non ha riscosso adeguata attenzione è la valutazione degli esiti dei vari servizi. In generale la pubblica amministrazione fatica a organizzare momenti di valutazione funzionale e non burocratica dell’efficacia dei servizi perché è complicato individuare i criteri di questa valutazione. Si assiste in questo modo alla chiusura di esperienze com’è avvenuto nel caso di Lombardia Lavoro, senza che l’efficacia dei servizi erogati sia stata adeguatamente valutata. Lo stesso approccio si è ripetuto sul cosiddetto capitolo 908 pochi anni più tardi. Il tema non è una prerogativa lombarda, ma può tranquillamente estendersi all’intero territorio nazionale.

Fra le opportunità non adeguatamente sviluppate c’è una mancata riflessione sull’importanza dell’integrazione tra politiche che operano in sistemi diversi.

Questa lacuna storica emerge in modo significativo negli ambiti in cui utenze molto particolari come le persone con disabilità e in situazione di svantaggio socio economico richiedono la gestione di servizi per l’inserimento nel mercato del lavoro con modalità che implicano l’integrazione fra operatori del lavoro e del sociale. Dispositivi come il reddito di inclusione (REI) e le ipotesi riguardante il reddito di cittadinanza implicano una collaborazione fra operatori dei centri per l’impiego e dei servizi  sociali. Questo ritardo è anomalo dal momento che sono presenti molte esperienze legate all’applicazione della norma relativa all’inserimento delle persone disabili in azienda: la legge 68 del ‘99. In molti territori si stanno sperimentando ormai da tempo reti di collaborazione tra operatori dei CpI, degli enti accreditati, dei servizi sociali e della cooperazione sociale. Emerge però una ripetuta difficoltà a consolidare questi progetti sperimentali favorendone l’evoluzione in servizi istituzionalizzati gestiti dalla pubblica amministrazione in collaborazione con il privato e la cooperazione sociale.

Una ulteriore riflessione legata alle difficoltà di integrazione fra le diverse politiche riguarda il rapporto tra chi si occupa di servizi per il lavoro e chi governa i servizi per lo sviluppo economico. Logica vorrebbe che le amministrazioni che hanno una delega a favorire lo sviluppo di servizi per il lavoro dialogassero con chi opera per lo sviluppo economico dei territori. Le politiche di sviluppo tendono a premiare nicchie di mercato del lavoro che esprimono dinamicità, sono in fase di crescita e quindi generano occupazione. A volte succede anche che le potenzialità di questi settori vengano limitate dalla difficoltà a reperire figure professionali nel mercato del lavoro come segnala De Vico con una certa ricorrenza dalle pagine del Corriere della Sera. Nel nostro paese non esiste alcuna tradizione di dialogo tra queste due politiche eppure sarebbe molto importante che chi finanzia lo sviluppo di imprese destinate a generare occupazione si preoccupasse di dare indicazioni a chi fornisce servizi nell’ambito dell’istruzione, della formazione professionale e dei servizi per il lavoro.

Come vediamo in questi trent’anni si è fatta molta strada, le politiche attive del lavoro si sono affermate così come i servizi per l’impiego. Inoltre si sono messe a fuoco alcune lacune su cui sarà importante nel prossimo futuro favorire nuove visioni. La nascita di servizi basati su una logica di integrazione fra operatori che appartengono a sistemi diversi – il sociale, il lavoro e lo sviluppo economico – sarà un banco su cui valutare l’efficacia dei servizi.

Inoltre sarà necessario concepire un nuovo linguaggio per le politiche attive che consenta una comunicazione più efficace con l’opinione pubblica il cui coinvolgimento costituisce un passaggio evolutivo significativo per il consolidamento di una cultura orientata all’utilizzo di servizi irrinunciabili in una società in cui il lavoro stabile è ormai al tramonto.

Sergio Bevilacqua

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Immagine assegno ricollocStanno arrivando i primi risultati relativi all’assegno di ricollocazione, sulle 30mila lettere inviate nella sperimentazione dell’assegno ben poche sono le risposte da parte dei destinatari. Inevitabile l’avvio dei ragionamenti sull’efficacia del dispositivo. Claudio Negro – profondo conoscitore delle politiche del lavoro lombarde – segnala alcuni punti di attenzione che sarebbe utile introdurre in tempi molto brevi. E lo stesso fa Luigi Olivieri, che ragiona tra l’altro sulla modalità di gestione della condizionalità. Se le basse adesioni al dispositivo verranno confermate, sarà necessario valutare rapidamente gli esiti e provvedere con una nuova progettazione, come d’altra parte sta accadendo con un altro dispositivo molto significativo, nell’ambito delle politiche sociali: il sostegno all’inclusione attiva.

Vorrei proporre un approccio al tema posto dall’assegno di ricollocazione che prende spunto dall’esperienza lombarda dal momento che la Regione Lombardia, anticipando la logica dell’assegno di ricollocazione, ha avviato quasi 4 anni fa un modello di politiche attive basato sullo strumento dei voucher (la cosiddetta DUL, Dote Unica Lavoro) che finanzia un’offerta di servizi rivolti alle persone senza lavoro erogata da centri per l’impiego ed agenzie accreditate al lavoro. Il modello prevede che i servizi di presa in carico e orientamento vengano finanziati “a processo” (come si usa dire) mentre quelli di scouting ed incontro tra domanda e offerta vengano remunerati “a risultato”: http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/23127131001_dlu_accom.pdf.
In sostanza, se l’agenzia favorisce il collocamento della persona che ha preso in carico ottiene una “premialità”. Se un’agenzia prende in carico e colloca una donna, over 50, senza diploma, da più di un anno fuori dal mercato del lavoro (fascia ad alta intensità di aiuto) avrà una premialità maggiore rispetto alla presa in carico di una persona giovane, diplomata, con pochi mesi di disoccupazione (fascia a bassa intensità d’aiuto): 1835 euro nel primo caso, contro i 567 del secondo. Approccio molto logico e razionale.

È anche efficiente? Per rispondere a questa domanda è necessario addentrarsi in alcuni aspetti tecnici. Il modello della Dote genera dal punto di vista organizzativo una elevata richiesta di documentazione amministrativa. Alcuni operatori accreditati segnalano che l’attività di rendicontazione richiesta supera per monte ore, l’attività erogata all’utente. Questo indicatore andrà monitorato con grande attenzione perché una delle storiche critiche alla scarsa efficienza dei CpI è legata al fatto che da erogatori di servizi rivolti a persone ed aziende si sono trasformati in organismi amministrativi che hanno dedicato scarsa attenzione e tempo alla gestione dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2014/09/01/centri-per-limpiego-e-una-questione-di-efficacia-ed-efficienza/. Inoltre sarebbe interessante verificare se enti accreditati e servizi per l’impiego siano stati sollecitati a dotarsi di un sistema autonomo di controllo dei costi in modo da avere la consapevolezza del costo del servizio erogato, indipendentemente dalla documentazione richiesta dalla Regione. In caso contrario l’impegno amministrativo si ridurrebbe alla gestione delle procedure per conto del committente finanziatore, indicatore che segnala il livello di indipendenza economica di questi enti.

C’è poi da chiedersi se il modello è efficace. I numeri relativi al collocamento delle persone prese in carico sono significativi: “Il numero di destinatari avviati al lavoro attraverso la DUL è di 30.812 (nel periodo 2013-’15) che corrisponde circa al 63% delle Doti assegnate” sostengono Francesco Giubileo e Simone Cerlini – https://lavoroeimpresa.com/2015/03/27/dote-unica-lavoro-dalla-regione-lombardia-un-esempio-di-innovazione-da-seguire/. Dato assolutamente significativo tanto più se confrontato con i dati che stanno emergendo dall’avvio della sperimentazione relativa all’assegno di ricollocazione.

È interessante notare il profilo delle persone prese in carico: “Il 67% del campione risulta avere come titolo di studio un diploma. Inoltre il campione è prevalentemente giovane: il 51% ha meno di 34 anni e, in generale, più del 75% dei destinatari è un under 45; infine, si tratta prevalentemente di disoccupati (più del 70%). In altre parole, l’idealtipo della Dote Unica del lavoro è un giovane Under 45, disoccupato, con un titolo di studio medio-alto (laurea o diploma)”. Questo porta gli autori del post citato a segnalare un punto di attenzione: “E’ necessario evitare che alcuni enti accreditati respingano soggetti molto lontani dal mercato del lavoro, come i disoccupati di lungo periodo Over 55’”. Tema ripreso l’anno successivo da Stefano Zanaboni: “Questo fenomeno, noto come “creaming”, benché sia esplicitamente vietato dalle normative vigenti (…), è purtroppo riscontrabile nelle aree in cui le regioni hanno impostato con la logica della remunerazione a risultato il proprio sistema di servizi al lavoro, sia che ciò riguardi i soli operatori privati come in Lazio, sia che coinvolga anche gli operatori pubblici come in Lombardia” – http://www.workmag.it/2016/09/servizi-per-il-lavoro-come-remunerare-senza-discriminare/.

Quali conclusioni trarre da queste riflessioni? Ben vengano le sperimentazioni come quelle dell’assegno di ricollocazione perché introducono l’idea che un nuovo servizio deve essere valutato prima di essere esteso a tutto il territorio. Peraltro l’innovazione introduce un confronto con un nuovo modo di gestire i servizi per il lavoro. Ben venga l’idea di premiare chi produce risultati, sistema introdotto dalla Dote lombarda, perché risulta uno stimolo alla produttività dei servizi soprattutto in un settore che storicamente si è “seduto” nella gestione dei servizi e ha avuto difficoltà a consolidare le sperimentazioni passate (job club, bilancio di competenze…) in una logica di miglioramento dell’offerta dei servizi. In questo contesto diviene estremamente importante la modalità di valutazione che verrà utilizzata per verificare l’efficacia dell’assegno di ricollocazione. Nel caso della Dote la Regione Lombardia ha adottato questi criteri:

  • tasso di successo inteso come capacità, da parte degli operatori, di far raggiungere ai destinatari dell’intervento il miglior risultato occupazionale;
  • soddisfazione dei destinatari dell’intervento, misurabile attraverso indagini di customer satisfaction.

A questi criteri va poi affiancata la verifica dei dati amministrativi citati in precedenza. Evidentemente, se le politiche alla base dell’assegno di ricollocazione spingono ad una presa in carico di “utenze difficili”, cioè persone da tempo espulse dal mercato del lavoro, con un’età elevata, un basso titolo di studio e con professionalità difficilmente ricollocabili, allora è necessario ampliare i criteri di valutazione attualmente utilizzati in Lombardia, integrandoli con un’attenta analisi dell’utenza presa in carico. Sarebbe inoltre importante utilizzare tecniche qualitative innovative, come quelle cui ricorrono le società che intendono valutare l’efficacia dei propri servizi commerciali (mistery client), tese a verificare le modalità utilizzate dagli operatori degli enti accreditati per verificare eventuali “forme di scoraggiamento” degli utenti, visto il senso del richiamo della dirigente dell’Agenzia del Lavoro di Trento: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/11/news/storia-di-antonella-l-unica-dirigente-che-applica-le-sanzioni-1.280201.

In conclusione, una questione di metodo: sarebbe utile che la sperimentazione dell’ANPAL, superata la fase di avvio, portasse con sé, già in fase di valutazione del nuovo dispositivo, uno spirito diverso nella gestione dei servizi. A lungo, in vista della nascita dell’ANPAL, si è assistito ad un dibattito acceso e poco costruttivo su quale fosse il modello migliore, quello pubblico o quello orientato al privato. Sarebbe utile risolvere una volta per tutte questa discussione con un approccio estremamente pragmatico cioè orientato ai “clienti” delle politiche attive del lavoro. Parola chiave che si sente sempre troppo poco nel dibattito sul futuro delle politiche attive e scompare addirittura nella gestione dell’assegno di ricollocazione. I clienti sono le persone, quindi i disoccupati con i loro bisogni variegati e le aziende, che non sono solo dispensatori di posti di lavoro come ci si ostina a pensare, ma evidenziano richieste, bisogni che è necessario prendere in considerazione. Sicuramente il modo migliore per rispondere ai bisogni di entrambi è un cambio radicale di passo. Si tratta di uscire dalle risposte che il singolo ente, pubblico o privato, è in grado ad oggi di fornire, spesso assolutamente inadeguate alle richieste di disoccupati e aziende, come evidenziano spietatamente i dati relativi agli esiti delle persone che trovano lavoro in Italia (insieme mediano il 9% dei contratti, secondo l’ISFOL). Sarebbe utile, invece, costruire una logica di sistema che valorizzi le esperienze gestite da province virtuose per quanto riguarda i servizi rivolti ai disoccupati disabili. Tema che tende ad essere dimenticato dalle politiche attive del lavoro. In questi casi la collaborazione fra pubblico e privato esiste, non è conflittuale, favorisce l’integrazione dei servizi offerti dai singoli enti. E inoltre sviluppa un forte orientamento ai bisogni dell’azienda migliorando nel tempo la qualità dell’offerta dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2016/05/16/quando-un-sistema-acquista-consapevolezza/.

Si registra quindi ancora un ampio margine di sviluppo dei servizi nell’ambito delle politiche attive, serve un deciso orientamento alla promozione del “miglioramento continuo” da parte del pubblico e anche da parte del privato. L’idea di sistemi di governance e di modelli che rimangono intatti appartiene ad un passato in cui la percentuale del PIL è destinata ad incrementi di pochi decimali grazie alla scarsa efficienza del sistema dei servizi al lavoro: pubblici e privati.

Serve la capacità e la volontà di valutare gli esiti dei modelli, a cominciare da una seria valutazione del dispositivo dell’assegno di ricollocazione, la volontà di riprogettare i servizi delle politiche attive sviluppando l’orientamento all’innovazione e alle esigenze del sistema cliente.

Sergio Bevilacqua

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esperti-ilGli autori del post sono Stefano Bertolina, direttore dell’Area formazione professionale di Galdus, Marzia Consoli responsabile del progetto formativo sempre di Galdus e Sergio Bevilacqua presenza abituale di questo blog.

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Vista l’attuale situazione del mercato, favorire l’inserimento professionale di persone disabili o in situazione di svantaggio, ma anche dei giovani disoccupati, è un tema complesso con il  quale quotidianamente ci confrontiamo.

Galdus ed SLO da tempo sono sensibili al tema e hanno già avviato in passato diverse iniziative congiunte per conseguire risultati concreti in tal senso. Per questo abbiamo considerato l’Avviso Lombardia Plus 2016 pubblicato dalla Regione Lombardia, un’occasione importante per sviluppare questa eccellenza. Il progetto presentato è stato approvato e questo ci ha permesso di realizzare un percorso unico nel suo genere, che non trova corrispondenze sul mercato della formazione, se non in qualche raro master universitario. Galdus, in quanto ente accreditato, ha svolto il ruolo di capofila e gestore delle attività, avvalendosi di diverse expertise, tra le quali emergono per qualità e impegno dedicato quelle fornite dai professionisti di SLO.

Il Bando promuoveva interventi strettamente collegati ad esigenze di inserimento e reinserimento lavorativo rivolti ai giovani, incentrati su formazione specialistica e in grado di coinvolgere i target maggiormente sensibili.

Abbiamo quindi pensato ad un percorso rivolto a giovani disoccupati, provenienti da percorsi di laurea “deboli” in termini di sbocchi sul mercato, proponendo loro una formazione che fosse in grado di aprire delle opportunità professionali come “esperti nell’inserimento lavorativo di fasce deboli”.  E’ certamente un mercato di nicchia, quello dei servizi per il lavoro rivolti ad utenza svantaggiata, ma che richiede professionisti esperti, con competenze multidisciplinari che non è semplice trovare nei giovani neo-laureati e che spesso si acquisiscono solo dopo anni di esperienza.

La scommessa iniziale era quella di coinvolgere nel percorso  operatori, servizi e  aziende per fare in modo che la formazione non fosse mai soltanto teorica, ma continuamente arricchita da testimonianze, casi reali,  vissuti ed esperienze di chi svolge quotidianamente il difficile lavoro di mediazione tra le esigenze degli utenti e quelle delle aziende, favorendo al tempo stesso l’incontro domanda offerta e l’inserimento professionale degli allievi in questo settore.

Punto di riferimento per la progettazione del percorso è stato il Quadro Regionale degli Standard Professionali di Regione Lombardia che definisce le competenze che caratterizzano la figura professionale. Inoltre ci è sembrato necessario avere un quadro delle caratteristiche dei servizi, interrogandoci su cosa fanno, cosa funziona bene e cosa meno negli enti che si occupano di questo tema. Quindi nella progettazione del percorso e successivamente nella fase di realizzazione, grazie al confronto con gli operatori e le aziende coinvolte, abbiamo sviluppato un’analisi dei punti di forza e di debolezza degli enti e delle politiche che operano sul tema dell’inserimento lavorativo.

A percorso concluso possiamo dire di aver vinto la scommessa iniziale. Siamo riusciti a coinvolgere aziende, operatori e servizi: in molti hanno aderito con grande disponibilità e interesse al progetto, intervenendo come testimoni o docenti, oppure ospitando gli allievi in tirocinio. Certamente la maggior parte delle PMI presenti sul territorio non prendono in considerazione la tematica, in quanto esentate dall’obbligo imposto dalla legge 68/99. Tuttavia è stato quasi sorprendente constatare l’elevata attenzione e sensibilità che le grandi imprese dedicano alla questione, spesso con persone ed interi uffici impegnati nella gestione del cosiddetto “diversity management”. Grazie al supporto di Luisa Adani, giornalista esperta del tema lavoro, sono stati chiamati a testimoniare il loro impegno e le politiche aziendali rappresentanti di IBM, L’Oreal, Gi Group Accenture, MConsulting, Fondazione Adecco, Sodalitas, Fondazione Bertini Malgarini, Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, Istituto dei Ciechi, ENS Ente Nazionale Sordomuti, Cooperativa sociale Alboran, Consorzio SIR, Afol Sud, Afgp Associazione Formazione Giovanni Piamarta,  progetto  WOW  – Wonderful work – per l’inclusione lavorativa di persone down.

Ne è emerso un panorama ricchissimo, con molte contraddizioni, ma anche ricco di spunti. Dal lato aziendale abbiamo riscontrato la difficoltà nell’individuare ruoli e mansioni che valorizzino le competenze dei lavoratori disabili, la necessità di confrontarsi con gli stereotipi per poter andare oltre, l’importanza delle nuove tecnologie come strumento di inclusione, la necessità di interventi formativi allargati a tutto il personale, e non solo a chi direttamente opera a stretto contatto con i lavoratori disabili, le ricadute positive in termini di clima aziendale (senso, responsabilità sociale d’impresa, sviluppo di soft skill legate alla capacità di comunicare e lavorare in team). Dal punto di vista degli operatori e dei servizi, il rischio che ci è parso più evidente, è che prevalga una visione “strumentale” dell’azienda, come attore cui viene demandato il compito di fornire posti di lavoro alle categorie protette, ma con il quale non sempre si riesce a costruire un dialogo.

In realtà solo interrogandosi a vicenda su rispettivi bisogni, potenzialità e limiti, diventa possibile costruire percorsi virtuosi, in cui anche le organizzazioni possono essere guidate a modificare, almeno in parte il proprio assetto, per rendere possibile l’inserimento (rivedendo ruoli, mansioni, procedure) in modo tale che a trarne vantaggio siano entrambe le parti, la persona disabile e l’azienda. Condizione fondamentale perché ciò avvenga è riuscire a creare tra azienda e servizi un percorso di dialogo e mediazione.

Il percorso si è articolato in modo intensivo con quasi due mesi di attività formativa in aula e uno di stage presso aziende e servizi. Abbiamo sollecitato i partecipanti a focalizzare l’attenzione su aspetti generali per definire il contesto teorico e normativo di riferimento (il disagio sociale, l’utenza svantaggiata, metodologia del lavoro sociale, diritto del lavoro, mercato del lavoro, organizzazione aziendale) e a mettersi in gioco su aspetti concreti ed operativi (metodologie e tecniche di orientamento, accompagnamento all’inserimento lavorativo, comunicazione e lavoro d’equipe).

Ai temi di carattere generale si è affiancato quindi un approccio teso a considerare le ricadute operative, individuando i punti di criticità dei servizi per l’impiego e anche le potenzialità, le difficoltà del lavoro di rete, ma anche gli elementi di forza che garantiscono qualità alla presa incarico dell’utenza. Lo stato delle politiche attive del lavoro e la specificità lombarda in tal senso.

I partecipanti al corso si sono trovati peraltro ad analizzare strumenti di cui in parte stavano beneficiando personalmente. Al corso di formazione è stato affiancato un modulo di orientamento, con momenti di gruppo e colloqui individuali, per agevolare la definizione di un progetto professionale coerente con la figura professionale prevista al termine del corso. Il vivere sulla propria pelle, in qualità di disoccupati, un percorso integrato di politica attiva del lavoro, (formazione specialistica, tirocinio e orientamento), ha fornito ai corsisti un proprio punto di vista sulla condizione in cui si trovano le persone senza lavoro. E questa condizione è diventata uno dei contenuti su cui lavorare. Innanzitutto su di sé, nell’ambito delle ore di orientamento, deputate a fornire uno spazio di pensiero sulla propria condizione di persona in transizione. Ma anche in aula, per valutare attraverso la propria esperienza le modalità di presa in carico dell’utenza e l’efficacia delle stesse, in relazione alle diverse fasi in cui si articola il processo. I corsisti sono stati così sollecitati ad un impegnativo compito di “sdoppiamento” considerando i contenuti che venivano proposti anche dal punto di vista della propria esperienza.

Per prepararsi al tirocinio gli allievi sono stati guidati ad elaborare una articolata griglia di monitoraggio, che consentisse di posizionare gli enti all’interno di un’offerta più ampia, il cui denominatore comune è il processo di presa in carico dell’utenza svantaggiata e disabile.

Lo sguardo che si è voluto fornire ai partecipanti, volutamente ampio, ha agevolato l’implementazione di un punto di vista “orientato alla complessità”, capace di individuare con estremo pragmatismo punti di forza e criticità nell’offerta di servizi rivolti all’utenza svantaggiata e disabile. Uno sguardo a 360 gradi che può essere d’aiuto allo sviluppo della qualità e dell’efficacia dei servizi per il lavoro.

Quali conclusioni trarre da un percorso come questo?

Innanzitutto c’è stato un forte riscontro da parte dei referenti dei servizi, delle aziende e delle cooperative invitati a presentare casi ed esperienze. Si è constatata sul campo l’utilità di un percorso formativo per la figura prevista dal corso, rispetto alla quale i referenti incontrati sembrano segnalare un’esigenza presente nel mercato, che sarà opportuno approfondire anche con altre modalità. A pochi giorni dalla conclusione del progetto, sono già più della metà gli allievi che hanno ricevuto proposte di collaborazione da parte dei servizi coinvolti. Il percorso ha permesso di avviare la costruzione di reti tra aziende e servizi, facendo emergere da entrambe le parti il desiderio di approfondire ulteriormente il dialogo avviato.

L’obiettivo è quello di mettere a sistema l’esperienza svolta con l’intenzione di replicarla e di estenderne i risultati al maggior numero di imprese ed aziende possibili. Il bisogno è emerso in modo chiaro, l’interesse anche, sta a noi raccogliere la sfida e proseguire nel lavoro iniziato.

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Stefano Bertolina, Marzia Consoli, Sergio Bevilacqua

Per approfondire i temi affrontati nel post consigliamo la lettura de L’ultimo post dove vengono elencati gli interventi sviluppati da SLO sul tema dell’inserimento lavorativo di persone disabili e in situazione di svantaggio e i post sugli aspetti che caratterizzano approccio e modalità di gestione dell’inserimento lavorativo.

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pssAlida Franceschina e Sergio Bevilacqua elaborano una proposta concettuale per la gestione della presa in carico dell’utenza all’interno dei nuovi servizi per l’impiego. Sostengono che a quella delle agenzie di somministrazione centrata sul posto di lavoro come indicatore dell’efficacia dei servizi per il lavoro, vada affiancata un’altra proposta orientata all’analisi della domanda dell’utente. Ritengono inoltre che i temi sottesi alla riorganizzazione dei servizi per l’impiego non costituiscano materia di dibattito fra pochi esperti. Com’è già successo per il dibattito sull’articolo 18 che riguardava poche migliaia di persone, sarebbe utile che il tema dei servizi fosse di interesse amplio e diffuso dal momento che riguarda 3 milioni di persone ed il futuro dei servizi per l’impiego..

Il post è stato pubblicato sul blog Scambi di prospettive legato alla rivista Prospettive Sociali e Sanitarie, ambiente ideale che consente a Franceschina e Bevilacqua di segnalare l’importanza di consolidare il dialogo fra politiche attive del lavoro e sociali dal momento che le esperienze legate all’inserimento lavorativo possono costituire un riferimento concettuale utile per orientare la riorganizzazione dei servizi per l’impiego

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NILQuesto post è stato scritto da Maria Grazia Manciga responsabile del Nucleo Inserimenti Lavorativi di Bollate e Sergio Bevilacqua presenza abituale del blog. Entrambi coinvolti nel progetto di cui si parla nel post.

Il NIL di “Comuni Insieme” attivo ormai da 10 anni ha deciso di avviare il processo di accreditamento presso la Regione Lombardia per i servizi al lavoro. L’accreditamento consente di accedere ai finanziamenti previsti dalle Regione per l’inserimento lavorativo (la cosiddetta dote unica), a quelli del programma Garanzia Giovani e ai finanziamenti previsti dalla provincia di Milano per l’inserimento delle persone appartenenti alle categorie protette (Piano Emergo), e consente l’acceso ad una serie di progetti per l’attivazione delle borse lavoro, (ad esempio progetti sulla legge 8). Si è quindi valutato che l’accreditamento avrebbe favorito l’accesso a fonti ritenute importanti in uno scenario caratterizzato dalla riduzione delle risorse dei comuni. Elemento non da poco perché il NIL è un servizio che opera all’interno dell’ azienda consortile Comuni Insieme  che rappresenta 7 comuni (Baranzate; Bollate; Cesate; Garbagnate Milanese; Novate Milanese; Senago; Solaro) del nord Milano.

Si tratta di una scelta animata da un respiro strategico che ha caratterizzato in questi anni tante altre organizzazioni che in Lombardia, prendono in carico persone disabili o in svantaggio.

E’ però interessante vedere cosa succede ad un’organizzazione abituata a gestire i servizi di integrazione lavorativa utilizzando finanziamenti comunali, nel momento in cui decide di accreditarsi.

Alla sua nascita il NIL ha scelto di gestire i servizi attraverso una specializzazione territoriale che consentisse agli operatori che seguivano uno o due comuni, di creare una rete di relazioni e prassi operative consolidate e una stabilità di rapporto con utenti ed enti invianti. Consuetudine che caratterizza i servizi di inserimento lavorativo lombardi dal momento che il comune a tutti gli effetti è il “cliente” finanziatore dei servizi.

Le cose cambiamo radicalmente con l’accreditamento in Regione dal momento che l’accreditamento ha determinato la necessità di ampliare e differenziare le procedure legate specificatamente alle Doti e richiede l’utilizzo di uno specifico sistema informativo. Alle procedure e al sistema informativo connesso alle doti si somma l’utilizzo di quello provinciale specifico per le categorie protette. Il NIL si trova perciò nella necessità di acquisire competenze amministrative per gestire le nuove procedure. Le procedure regionali richiedono poi una documentazione articolata che andrà controfirmata per ogni azione dall’utente in carico e dal referente aziendale in caso di tirocinio e di assunzione.

La complessità della gestione di sistemi diversi e specialistici come quelli regionali e provinciali diventano incompatibili con la precedente organizzazione “territoriale”. Le precedenti procedure non sono più gestibili a fronte delle nuove che richiedono tempo per l’alimentazione del sistema informativo, la compilazione della documentazione richiesta e la raccolta delle firme ad ogni fase del processo di inserimento lavorativo: definizione del piano personalizzato, timesheet, avvio del tirocinio, conclusione, eventuale assunzione. A queste incombenze si aggiungono quelle relative alla certificazione di qualità, alla sicurezza, alla 231 che esulano dallo specifico del NIL e richiedono il coinvolgimento dell’intera struttura consortile.

Come si può facilmente intuire il passaggio non è neutro e i vissuti degli operatori nemmeno. Nella gestione dei laboratori finalizzati ad individuare i nuovi processi e quindi a definire le nuove procedure, emerge un disagio forte e palpabile. Il cambiamento è visto come una perdita di ruolo e di identità, produce stanchezza, disorientamento. E soprattutto genera un interrogativo, “Saprò fare ancora il mio lavoro?”. Inquietante perché il NIL di “Comuni Insieme” ha storicamente generato numeri significativi in termini di prese in carico (mediamente 60 utenti per operatore), di tirocini gestiti, di monitoraggi effettuati e di assunzioni.

La prima conclusione è che accreditarsi costa fatica, energie e spiazzamento degli operatori. E’ quindi un processo che va gestito prestando grande attenzione agli aspetti organizzativi. Cosa presidiare dunque per assicurare il passaggio da una struttura che utilizza prevalentemente finanziamenti comunali ad una struttura che utilizza quelli regionali?

Si è rivelato fondamentale analizzare i carichi di lavoro: emerge l’elevato impatto dell’attività amministrativa che tra l’altro comporta fino a 500 uscite per raccolte firme ogni anno, a scapito della qualità della presa in carico dell’utente. Emergono anche le soluzioni possibili. Presa in carico dell’utenza indipendentemente dal comune di provenienza, gestione di qualità dell’accoglienza, scelta che permette di condurre un lavoro più attento e finalizzato all’individuazione del profilo lavorativo e di vita della persona, per la costruzione di un possibile progetto. Gestione “attiva” della lista d’attesa, evitando di considerare il servizio come semplice fornitore di prestazione e gli utenti come utilizzatori di prestazioni pre-organizzate. Il servizio diventa una “regia che coordina gli interventi”, che insieme alle risorse e alle energie messe a disposizione dagli utenti e delle loro famiglie, possono contribuire alla co-costruzione del proprio progetto e generare una conoscenza più integrata e condivisa. Successivo rinvio a servizi diversi, organizzati per linee di finanziamento: doti, tirocini lavorativi comunali, tirocini riabilitativi risocializzanti, basato sulla scelta del progetto condiviso e costruito con l’adesione e la partecipazione della persone e della messa in campo del dispositivo di conseguenza più idoneo ad attivarlo. Infine grande attenzione allo scouting aziendale.

Insomma nuove procedure e nuovi ruoli individuati pazientemente all’interno degli incontri d’equipe. Ma anche nuovi servizi in supporto all’attività del NIL in termini di consulenza per la 231, qualità e sicurezza, un nuovo data base per la gestione di tutte le fasi della presa in carico per la gestione delle indennità e delle assicurazione, un fattorino che supporti i flussi di comunicazione NIL-aziende e NIL amministrazione centrale.

E’ emersa nell’arco di un semestre una riorganizzazione che ha come presupposti un presidio forte e costante da parte della responsabile del NIL, la collaborazione attiva e motivata da parte degli operatori per definire i dettagli delle nuove procedure e per contribuire alla definizione di una visione strategica che non può venire meno, perché il rischio è perdere la propria identità organizzativa. Infatti al termine del lavoro di riorganizzazione si focalizza l’attenzione sull’utenza in carico che necessita di una particolare attenzione e cura nella relazione, con necessità di un lungo accompagnamento al lavoro. E questa è una delle caratteristiche distintive del NIL che si propone come anello di congiunzione tra le politiche del lavoro e le politiche sociali. Questa nuova visione permette al contempo, di gestire in modo ottimale le pratiche delle persone che hanno necessità di percorsi più orientati al lavoro e l’allargamento a nuove categorie di utenza, senza che il cambiamento impatti in modo forte sul lavoro degli operatori e senza che l’organizzazione debba riadattarsi di volta in volta con il rischio di perdere un assetto organico.

Una visione dunque che fa i conti con il nuovo scenario nazionale. E che fa i conti con la complessità del cambiamento.

Maria Grazia Manciga e Sergio Bevilacqua

 

Lo staff del NIL di Bollate è composto da Alessandra Alberio, Laura Brian, Francesca Defendi, Filippo Marchesi, Patrizia Mattiolo, Raffaella Petito, Licia Stefanelli che hanno partecipato al percorso laboratoriale e ai gruppi di lavoro per l’elaborazione dei nuovi processi organizzativi.

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Immagine21Che fine faranno i centri per l’impiego (CpI)? Da chi dipenderà il personale ora in carico alle province? Che competenze avrà l’Agenzia nazionale? E che dispositivo organizzativo verrà adottato? E infine: quali saranno i tempi di questa operazione?
Stiamo assistendo ad una significativa riorganizzazione istituzionale (province) e del sistema dei servizi pubblici per il lavoro, cioè di una infrastruttura fondamentale  per un paese moderno, e gli interrogativi che abbiamo elencato non trovano ad oggi molte risposte. Non emergono pubblicamente né le decisioni che dovrebbero essere assunte nè le indicazioni che dovrebbero orientare il processo decisionale.
Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro si è concentrato sugli aspetti contrattualistici e normativi con una insistenza quantomeno inquietante per le inevitabili sovrapposizioni di norme emanate sugli stessi argomenti a distanza di pochi mesi. Le politiche del lavoro e la loro riorganizzazione sono state affidate in sostanza ai cambiamenti elaborati all’interno degli istituti e delle convenienze economiche, quindi sugli incentivi. Mentre rimane immutata la difficoltà a integrare la programmazione con gli interventi sul territorio, le politiche del lavoro con le politiche dello sviluppo.
Migliaia di operatori dei CpI, del settore lavoro delle province, del collocamento mirato dei disabili sono abbandonati  senza alcuna forma di coinvolgimento, senza informazioni sulle prospettive del loro lavoro e del servizio in cui attualmente operano. Ma nel frattempo questi operatori devono, nonostante tutto, fronteggiare la pressione in crescita da parte dell’utenza.
Se si prestasse attenzione alle esigenze delle persone e delle imprese nei territori emergerebbe inevitabilmente una maggiore attenzione nei confronti del “capitale umano” presente nei servizi per l’impiego, cioè verso quel patrimonio costituito dalle competenze e dalle esperienze degli operatori dei servizi. La riorganizzazione dei servizi è prevista dal Jobs act ma per ora non emergono prese di posizione pubbliche o testi di riferimento per l’attuazione della legge.
Su una partita così delicata sarebbe utile che il processo di radicale cambiamento dei servizi procedesse coinvolgendo sistematicamente chi opera sul campo. Sarebbe utile avviare una valutazione sistematica dei diversi modelli di gestione dei servizi mantenendo un’informazione per coinvolgere il personale, motivandolo al cambiamento e non lasciandolo in balia di cambiamenti percepiti come verticistici. Nelle riorganizzazioni il primo riferimento per mantenere il collegamento tra vertice e base, tra centro e periferie è alimentare una continua comunicazione sullo stato delle decisioni che si stanno profilando.
In questo scenario ci sembra che la transizione venga giocata esclusivamente sugli aspetti normativi ed istituzionali. Effettivamente nella riorganizzazione sono coinvolte una pluralità di istituzioni: governo centrale, regioni, province e le neonate aree metropolitane e questa pluralità di attori accresce la complessità della riorganizzazione.
Mentre tutte le attenzioni sono legate a definire in quale contesto istituzionale andranno a finire CpI e strutture provinciali, rimangono in ombra in modo drammatico gli aspetti funzionali dei servizi del lavoro, che operano e devono continuare ad operare, qualunque sia l’assetto istituzionale, come servizi territoriali “di prossimità” e di politica attiva del lavoro. Bisogna pensare a quali bisogni devono rispondere i servizi per l’impiego, quali processi devono gestire, come far fronte alla crisi del welfare e quindi alla riduzione significativa delle risorse mentre il problema disoccupazione invece continua a crescere.
Sembra emergere l’illusione di poter elaborare un progetto sulle politiche del lavoro senza partire dalle esigenze dei principali attori coinvolti: disoccupati e aziende, offerta di lavoro e domanda. Se non partiamo dai loro bisogni  e non ne facciamo il vero motore e metro di valutazione del funzionamento dei servizi si rischia di dare vita a dispositivi che riproducano gli errori del passato, disperdendo preziosissime risorse economiche e progettuali. Si poteva e si può ancora adesso operare diversamente.
Uno dei motivi delle gravi difficoltà delle policies e dei servizi è la macchinosità delle procedure che richiedono la gestione di un’ingombrante documentazione amministrativa. Forse è venuto il momento di snellire drasticamente i processi affidando questa attività a chi si occupa della loro razionalizzazione. L’efficienza passa anche dal fatto che monitoraggio e rendicontazioni amministrative, per necessari che siano, non divorino le risorse che potrebbero essere destinate all’utenza
In un periodo in cui le risorse pubbliche si riducono non si può pensare che le politiche attive del lavoro non debbano fare i conti con questo scenario. Nelle politiche sociali che dipendono dallo stesso ministero da cui dipende il lavoro, si sta diffondendo l’idea del welfare generativo, in cui l’utenza è chiamata a partecipare attivamente a percorsi di sviluppo diventandone protagonista. Uscendo da logiche assistenziali che ancora oggi prevalgono spesso nelle politiche del lavoro. Anche questa  affinità nei paradigmi delle politiche del lavoro e del sociale dovrebbe essere colta come una opportunità nella riorganizzazione dei due sistemi.
Questo approccio implica che gli operatori dei servizi sociali dialoghino con quelli del lavoro, che si  individuino percorsi di collaborazione come già avviene nel casi dell’inserimento lavorativo delle persone disabili, servizio che costituisce una cerniera fra politiche del lavoro e sociali-
Nello spirito dell’integrazione ogni sperimentazione è utile a fare avanzare un modo di lavorare concretamente cooperativo che nel nostro paese fatica a svilupparsi. E gli operatori possono contribuire a costruire contenuti e riferimenti che mancano, ritrovando un ambito di protagonismo che la riorganizzazione dei servizi per il lavoro ha sin qui penalizzato.
Pensiamo sia importante che le risorse umane impegnate nei servizi per il lavoro non rimangano confinate nell’angolo delle elucubrazioni sul futuro che li riguarda e che possano trovare un ruolo che le veda partecipi della riorganizzazione dei servizi. La possibilità di impostare la riorganizzazione dei servizi e delle politiche  partendo dai contenuti dipende anche dalla capacità di ritrovare gli spazi di un proprio protagonismo.
Sergio Bevilacqua e Concetto Maugeri

Concetto Maugeri è progettista esperto e consulente nell’ambito delle politiche del lavoro e dello sviluppo locale

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untitledLo scorso anno in parallelo alla discussione sullo scioglimento delle province è esplosa la questione dei Centri per l’impiego (CpI). La discussione ha subito assunto toni accesi legata al costo dei servizi offerti dal pubblico. Sergio Rizzo  sul Corriere della Sera si chiedeva se il costo unitario di ogni posto di lavoro, più di 13 mila euro, valesse la pena. “I numeri rappresentano una sentenza inappellabile. Negli ultimi sette anni hanno trovato occupazione attraverso i CpI non più di 35.183 persone ogni dodici mesi”. La sentenza che Rizzo riporta è molto chiara, i CpI sono “uno strumento che esce bocciato dall’esame dei dati, perché errare è umano ma perseverare diabolico. Piuttosto, destiniamo le risorse (…) ai giovani che vanno in azienda a fare tirocini o stage, anziché impiegarle per creare altri posti inutili in quegli uffici pubblici”.

Il tema sembra ottenebrato dal furore contro. Contro la scarsa efficienza dei CpI, contro le province e contro la pubblica amministrazione in genere. Le risposte arrivano, anche se in modo frammentato dal momento che mancano i luoghi dove approfondire i temi legati alle politiche del lavoro. Sul nostro blog Eugenia Scandellari, coordinatrice dei CpI modenesi, segnala che i dati vanno visti con attenzione. Ricorda che i CpI devono svolgere adempimenti di tipo amministrativo come il riconoscimento e la gestione dello stato di disoccupazione, comunicazioni obbligatorie, liste di mobilità. Particolare quest’ultimo non marginale perché la crisi ha aumentato la richiesta di ammortizzatori sociali che hanno notevolmente incrementato il flusso di persone. Ricorda i numeri che riguardano il territorio modenese: il 4% delle assunzioni è transitato dai CpI e il 3,7 dalle agenzie di somministrazione. Ma il dato più clamoroso è dato dal fatto che il 57% delle assunzioni è avvenuta per conoscenza diretta del candidato o per segnalazione da parte di clienti e fornitori. Il che ci dice che le persone trovano il lavoro tramite il sistema delle relazioni. E questo è il problema soprattutto quando la massa di disoccupati è data da persone che hanno sistemi di relazioni fragili e limitati. La scommessa a questo punto è dar vita a reti di servizi che intercettino queste persone utilizzando anche strumenti come i servizi di orientamento al lavoro spesso sottovalutati perché l’efficacia è difficilmente misurabile e sicuramente non lo è in termini di posti di lavoro.

Concetto Maugeri  ex direttore del Settore lavoro della Regione Piemonte, sempre sul blog di SLO, prende le distanze dalla diatriba sulla funzione pubblica o privata dei servizi perché fuorviante. Introduce il tema del difficile rapporto tra politiche lavoro e aziende. Perché i CpI hanno uno scarso rapporto con il mondo imprenditoriale e perché le politiche per il lavoro dovrebbero andare di pari passo con quelle per lo sviluppo. Propone di integrare “tutto ciò che si muove sul piano dello sviluppo della produzione di beni e servizi”, le diverse iniziative in termini di programmi, progetti territoriali, progetti d’impresa. Ritiene inoltre che quando si attivano risorse pubbliche per lo sviluppo, si debba in parallelo lavorare sullo sviluppo delle risorse umane: alle risorse per lo sviluppo (FESR) le politiche del lavoro devono affiancare ulteriori risorse (FSE) per servizi che ottimizzino l’occupabilità delle persone.

Romano Benini sul sito Work Magazine segnala che il dibattito fra funzione pubblica o privata dei servizi per l’impego esprime l’assenza di una cultura diffusa nella politica, nel sindacato e tra gli operatori economici che consideri le tutele per chi cerca lavoro sullo stesso piano di garanzie e tutele degli occupati. Infatti per chi cerca un lavoro “non è previsto dal Titolo V della Costituzione italiana (…) di poter avere accesso a servizi adeguati e non è prevista (…) l’obbligo che per ogni sussidio erogato a disoccupati sia prevista l’adesione ad un intervento di attivazione al lavoro”. Assenza per niente casuale che indica anche la marginalità attribuita dallo Stato ai CpI e che spiega perché la spesa per i servizi per l’impiego è inferiore ai 500 milioni di euro, contro i 5 miliardi francesi e gli 8 tedeschi. Benini riporta a fine articolo una ricca documentazione di confronto con gli altri paesi europei.

“L’assetto di competenze e responsabilità definito dal Titolo V della Costituzione e l’assenza di livelli essenziali delle prestazioni che il disoccupato può esigere (…) ha determinato la presenza di ben 20 sistemi regionali e 110 modelli provinciali di erogazione dei servizi (…) una evidente dispersione che limita la possibilità di trovare buone pratiche di sistema”. In questa assenza di programmazione nazionale emergono comunque numerosi casi di CpI in grado di offrire efficaci servizi di intermediazione e di attivazione delle persone senza lavoro. Infatti mentre “la media nazionale dell’intermediazione nel 2013 è del 3%, diventa un 10% in Umbria, un 12% in Toscana, un 18% in Piemonte e Trentino. Molto interessante il dato friulano, in cui più del sessanta per cento dei lavoratori intermediati vengono gestiti dal sistema pubblico”.

Si torna dunque ai dati da cui eravamo partiti con l’articolo di Rizzo sul Corriere però in una prospettiva diversa e con un quadro che riflette la complessità della partita in gioco. Gli scivoloni ideologici che contrappongono pubblico e privato non aiutano nessuno, anzi è necessario starne alla larga. Più utile invece mettere mano ad una serie di dispositivi fortemente integrati fra loro.

Non si può pensare che senza finanziamenti i CpI producano risultati e lo stesso vale per l’assenza di programmazione, di politiche per l’integrazione fra CpI e fra agenzie pubbliche e private, di sinergie fra politiche del lavoro e dello sviluppo economico. E non si può pensare che la totale mancanza di attenzione ai processi di lavoro interni ai CpI, fra CpI e strutture provinciali e regionali possa essere compensata dalla buona volontà dei singoli operatori, Processi, clima, ruoli e competenze sono elementi del funzionamento dei servizi che richiedono altrettanta attenzione e cura da chi programma le politiche.

Le partite aperte sono tante e quello che serve è il coinvolgimento a diversi livelli degli operatori nel processo di riformulazione della funzione dei CpI. E’ una risorsa molto importante in grado di compensare il grave ritardo delle politiche del lavoro del nostro paese. Non lasciamola perdere.

Sergio Bevilacqua

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