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Posts Tagged ‘politiche per l’inserimento lavorativo’

Università Novara_Convegno 29.11.18.JPGUniversità di Novara, si parla di disabilità e azienda in una cornice assolutamente insolita: dipartimento di Economia e non i più consolidati e tradizionali dipartimenti di psicologia o giurisprudenza. E poi una valanga di giovani. Clima di grandissima attenzione, silenzio attento che accompagna molti interventi come quello del Direttore Generale dell’Università del Piemonte Orientale che spiega come l’università sia fra le poche ad aver utilizzato i magri fondi del Ministero dell’istruzione per sviluppare servizi di accoglienza e di orientamento rivolti agli studenti con disturbi dell’apprendimento. E da questa attenzione del Dipartimento esce l’idea di un convegno che approfondisca il tema della disabilità in azienda.

Attenzione e fragorosi applausi per Davide Maggi – docente di Business Ethics – che spiega come nell’epoca moderna la visione economica fosse incapace di considerare i bisogni dei singoli. Una visione residuale ancora molto presente che preclude la capacità di molti attori di cogliere i bisogni di persone con disabilità e aziende nella complessa partita dell’inserimento lavorativo. Nella visione postmoderna l’organizzazione è invece un luogo in cui le persone crescono e hanno un ruolo centrale.

Stefania Ferrarotti della Regione Piemonte presenta alcuni dati sul mercato del lavoro legato alla disabilità: quasi 28.000 posizioni disponibili da parte di aziende inadempienti, poco più di 3.000 inserimenti di persone con disabilità nel 2018 di cui meno di 1.000 favoriti dagli interventi regionali. Inoltre evidenzia gli interventi di riordino che sono stati fatti per quanto riguarda la cosiddetta convenzione art. 11 e la convenzione art. 14 che si riferisce ad una norma regionale approvata nell’estate di quest’anno.

Marco Magaraggia di Altea Federation che ha promosso il convegno, spiega dell’importanza del dialogo costruttivo fra aziende e pubblica amministrazione, approccio che può compensare la scarsa informazione sui servizi esistenti e compensare le criticità legate all’inserimento delle persone con disabilità in azienda. Ragiona sull’utilità di una forma di rating specificamente legato alla disabilità: potrebbe favorire atteggiamenti virtuosi superando il concetto di adempimento.

Francesca Oliva presenta l’Inclusive Job Design, metodo olandese che consente lo studio delle postazioni di lavoro in cui inserire le persone con disabilità, partendo dai processi. Argomento che coglie l’interesse di Roberto Candiotto docente di organizzazione aziendale in sintonia sulla centralità dei processi di lavoro che vanno considerati con attenzione nella partita dell’inserimento lavorativo. Oliva presenta inoltre un caso di utilizzo del I.J.D. in un’istituzione sanitaria lombarda nell’ambito del progetto ROAD finanziato dalla Regione Lombardia.

Alessandro Fani della cooperativa sociale Spazio Aperto si collega a quanto ha detto Maggi e presenta il modello della cooperazione che intende mettere al centro l’individuo con i suoi bisogni. Fabio Ferri della cooperativa Alveare presenta un’esperienza molto particolare che vede l’accordo fra alcune cooperative del milanese che hanno dato vita ad un’offerta integrata di servizi rivolti alle aziende interessate al cosiddetto articolo 14.

Altri interventi hanno puntualizzato punti di vista e servizi che può essere utile sviluppare per favorire il dialogo fra attori coinvolti nell’inserimento di persone con disabilità. Segno di un improrogabile salto di qualità dei servizi che cominciano a fornire soluzioni concrete alla solitudine dell’imprenditore, di cui ha parlato Candiotto. E segno della necessità che il dialogo fra attori, come quello avvenuto nel convegno, continui in cerca di soluzioni più evolute necessarie per le persone con disabilità e necessarie anche per le aziende.

Sergio Bevilacqua

 

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Immagine Inclusive job design

 

Francesca Oliva esperta di organizzazione dei processi lavorativi e di inclusione lavorativa, collabora con Brigitte Val Lierop della società Disworks di Maastricht (NL). Francesca Oliva collabora con SLO di cui è stata socia.

 

Negli ultimi decenni, i processi lavorativi e le funzioni relative sono diventati sempre più complessi e articolati. Il lavoro per ragioni di efficacia ed efficienza è sempre più organizzato e complesso, richiedendo alle persone di svolgere più compiti e mansioni. La cultura lavorativa conseguente promuove e incentiva l’offerta di posizioni di lavoro multitasking in cui viene richiesta al lavoratore capacità e disponibilità a lavorare in ambiti plurimi, svolgendo mansioni con ampi margini di autonomia e responsabilità che implicano l’utilizzo di competenze complesse e richiedono in molti casi un livello di formazione medio alto.

Questa situazione ha portato certamente a una crescita qualitativa di parte della forza lavoro e la possibilità di offrire posizioni coerenti con le aspettative di autonomia e responsabilità di alcuni lavoratori. Per contro molti lavoratori non avranno le competenze e le capacità richieste per occupare posizioni di snodo organizzativo o di gestione dei processi.

Inclusive Job Design è un approccio alla riorganizzazione dei processi di lavoro finalizzato alla individuazione di posizioni di lavoro per persone con disabilità o capacità lavorative ridotte e limitate possibilità di trovare una occupazione, spesso dovute anche ad un livello di istruzione medio basso.

Inclusive Job Design è centrato sull’analisi dei bisogni del datore di lavoro e sull’individuazione di opportunità lavorative che siano contemporaneamente alla portata dei lavoratori disabili e in grado di migliorare o semplificare i processi di lavoro aziendali. L’obiettivo è ‘Liberare’ tempo lavoro che può essere utilizzato dai profili specializzati per focalizzarsi su attività più specialistiche e qualificate. Con questo approccio si rendono disponibili invece attività ‘semplici’ adatte a persone con esigenze e  capacità lavorative speciali.

Il metodo proposto si basa sul ridisegno dei processi di lavoro e sull’individuazione puntuale di attività semplici e facilmente individuabili. L’attribuzione ad una nuova posizione di lavoro consente di portare benefici tangibili e quantificabili alla posizione originaria.

L’approccio è finalizzato a tenere insieme gli interessi dei vari attori coinvolti, si intende infatti individuare un ‘business case’ per il datore di lavoro creando opportunità di inclusione lavorativa per persone con disabilità e/o ridotte capacità lavorative, salvaguardando al contempo le esigenze del gruppo di lavoro presso il quale verrà inserita la persona. Qualsiasi sia il cambiamento previsto, i nuovi processi di lavoro individuati dovranno mantenere o migliorare il livello di produttività precedente al cambiamento stesso.

E’ quindi un approccio al lavoro socialmente innovativo, che cambia il tradizionale approccio all’analisi della postazione: l’approccio tradizionale parte in primo luogo dalle caratteristiche di uno specifico candidato preso in carico dai servizi, e cerca di individuare postazioni di lavoro adatte a queste caratteristiche. Il metodo Inclusive Job Design tiene conto delle esigenze dell’azienda, e a partire dalle caratteristiche delle posizioni di lavoro individuate, cerca lavoratori con disabilità che abbiano capacità e caratteristiche coerenti, nell’ottica di trovare soluzioni win-win sostenibili per l’azienda e per il lavoratore, attivando le persone coinvolte nel gruppo di lavoro per renderle protagoniste dell’analisi dei processi.

Alla base dell’Inclusive Job Design c’è una indagine preliminare dei principali processi lavorativi aziendali e l’individuazione di aree di opportunità in cui approfondire l’analisi dettagliata dei processi. Il coinvolgimento dei potenziali colleghi e del gruppo di lavoro nella fase di analisi dettagliata crea un contesto favorevole all’inserimento della persona disabile o con capacità lavorative ridotte.

L’approccio è stato sviluppato dall’Università di Maastricht nei Paesi Bassi e successivamente ampliato da Disworks, una società olandese di consulenza all’inclusione lavorativa specializzata nella creazione di posizioni per le categorie di lavoratori con varie forme di disabilità e di diversa abilità al lavoro.

Inclusive Job Design è stato applicato con successo in ambiti di lavoro diversi, dall’industria al commercio, all’ambito ospedaliero.

In Italia è stato sperimentato dal Consorzio di cooperative Link, in Piemonte, che ha formato alcuni lavoratori all’approccio contribuendo ad individuare nuove posizioni di lavoro nell’ambito della floricoltura e manutenzione del verde, della ristorazione, delle pulizie.

Francesca Oliva

 

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esperti-ilGli autori del post sono Stefano Bertolina, direttore dell’Area formazione professionale di Galdus, Marzia Consoli responsabile del progetto formativo sempre di Galdus e Sergio Bevilacqua presenza abituale di questo blog.

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Vista l’attuale situazione del mercato, favorire l’inserimento professionale di persone disabili o in situazione di svantaggio, ma anche dei giovani disoccupati, è un tema complesso con il  quale quotidianamente ci confrontiamo.

Galdus ed SLO da tempo sono sensibili al tema e hanno già avviato in passato diverse iniziative congiunte per conseguire risultati concreti in tal senso. Per questo abbiamo considerato l’Avviso Lombardia Plus 2016 pubblicato dalla Regione Lombardia, un’occasione importante per sviluppare questa eccellenza. Il progetto presentato è stato approvato e questo ci ha permesso di realizzare un percorso unico nel suo genere, che non trova corrispondenze sul mercato della formazione, se non in qualche raro master universitario. Galdus, in quanto ente accreditato, ha svolto il ruolo di capofila e gestore delle attività, avvalendosi di diverse expertise, tra le quali emergono per qualità e impegno dedicato quelle fornite dai professionisti di SLO.

Il Bando promuoveva interventi strettamente collegati ad esigenze di inserimento e reinserimento lavorativo rivolti ai giovani, incentrati su formazione specialistica e in grado di coinvolgere i target maggiormente sensibili.

Abbiamo quindi pensato ad un percorso rivolto a giovani disoccupati, provenienti da percorsi di laurea “deboli” in termini di sbocchi sul mercato, proponendo loro una formazione che fosse in grado di aprire delle opportunità professionali come “esperti nell’inserimento lavorativo di fasce deboli”.  E’ certamente un mercato di nicchia, quello dei servizi per il lavoro rivolti ad utenza svantaggiata, ma che richiede professionisti esperti, con competenze multidisciplinari che non è semplice trovare nei giovani neo-laureati e che spesso si acquisiscono solo dopo anni di esperienza.

La scommessa iniziale era quella di coinvolgere nel percorso  operatori, servizi e  aziende per fare in modo che la formazione non fosse mai soltanto teorica, ma continuamente arricchita da testimonianze, casi reali,  vissuti ed esperienze di chi svolge quotidianamente il difficile lavoro di mediazione tra le esigenze degli utenti e quelle delle aziende, favorendo al tempo stesso l’incontro domanda offerta e l’inserimento professionale degli allievi in questo settore.

Punto di riferimento per la progettazione del percorso è stato il Quadro Regionale degli Standard Professionali di Regione Lombardia che definisce le competenze che caratterizzano la figura professionale. Inoltre ci è sembrato necessario avere un quadro delle caratteristiche dei servizi, interrogandoci su cosa fanno, cosa funziona bene e cosa meno negli enti che si occupano di questo tema. Quindi nella progettazione del percorso e successivamente nella fase di realizzazione, grazie al confronto con gli operatori e le aziende coinvolte, abbiamo sviluppato un’analisi dei punti di forza e di debolezza degli enti e delle politiche che operano sul tema dell’inserimento lavorativo.

A percorso concluso possiamo dire di aver vinto la scommessa iniziale. Siamo riusciti a coinvolgere aziende, operatori e servizi: in molti hanno aderito con grande disponibilità e interesse al progetto, intervenendo come testimoni o docenti, oppure ospitando gli allievi in tirocinio. Certamente la maggior parte delle PMI presenti sul territorio non prendono in considerazione la tematica, in quanto esentate dall’obbligo imposto dalla legge 68/99. Tuttavia è stato quasi sorprendente constatare l’elevata attenzione e sensibilità che le grandi imprese dedicano alla questione, spesso con persone ed interi uffici impegnati nella gestione del cosiddetto “diversity management”. Grazie al supporto di Luisa Adani, giornalista esperta del tema lavoro, sono stati chiamati a testimoniare il loro impegno e le politiche aziendali rappresentanti di IBM, L’Oreal, Gi Group Accenture, MConsulting, Fondazione Adecco, Sodalitas, Fondazione Bertini Malgarini, Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, Istituto dei Ciechi, ENS Ente Nazionale Sordomuti, Cooperativa sociale Alboran, Consorzio SIR, Afol Sud, Afgp Associazione Formazione Giovanni Piamarta,  progetto  WOW  – Wonderful work – per l’inclusione lavorativa di persone down.

Ne è emerso un panorama ricchissimo, con molte contraddizioni, ma anche ricco di spunti. Dal lato aziendale abbiamo riscontrato la difficoltà nell’individuare ruoli e mansioni che valorizzino le competenze dei lavoratori disabili, la necessità di confrontarsi con gli stereotipi per poter andare oltre, l’importanza delle nuove tecnologie come strumento di inclusione, la necessità di interventi formativi allargati a tutto il personale, e non solo a chi direttamente opera a stretto contatto con i lavoratori disabili, le ricadute positive in termini di clima aziendale (senso, responsabilità sociale d’impresa, sviluppo di soft skill legate alla capacità di comunicare e lavorare in team). Dal punto di vista degli operatori e dei servizi, il rischio che ci è parso più evidente, è che prevalga una visione “strumentale” dell’azienda, come attore cui viene demandato il compito di fornire posti di lavoro alle categorie protette, ma con il quale non sempre si riesce a costruire un dialogo.

In realtà solo interrogandosi a vicenda su rispettivi bisogni, potenzialità e limiti, diventa possibile costruire percorsi virtuosi, in cui anche le organizzazioni possono essere guidate a modificare, almeno in parte il proprio assetto, per rendere possibile l’inserimento (rivedendo ruoli, mansioni, procedure) in modo tale che a trarne vantaggio siano entrambe le parti, la persona disabile e l’azienda. Condizione fondamentale perché ciò avvenga è riuscire a creare tra azienda e servizi un percorso di dialogo e mediazione.

Il percorso si è articolato in modo intensivo con quasi due mesi di attività formativa in aula e uno di stage presso aziende e servizi. Abbiamo sollecitato i partecipanti a focalizzare l’attenzione su aspetti generali per definire il contesto teorico e normativo di riferimento (il disagio sociale, l’utenza svantaggiata, metodologia del lavoro sociale, diritto del lavoro, mercato del lavoro, organizzazione aziendale) e a mettersi in gioco su aspetti concreti ed operativi (metodologie e tecniche di orientamento, accompagnamento all’inserimento lavorativo, comunicazione e lavoro d’equipe).

Ai temi di carattere generale si è affiancato quindi un approccio teso a considerare le ricadute operative, individuando i punti di criticità dei servizi per l’impiego e anche le potenzialità, le difficoltà del lavoro di rete, ma anche gli elementi di forza che garantiscono qualità alla presa incarico dell’utenza. Lo stato delle politiche attive del lavoro e la specificità lombarda in tal senso.

I partecipanti al corso si sono trovati peraltro ad analizzare strumenti di cui in parte stavano beneficiando personalmente. Al corso di formazione è stato affiancato un modulo di orientamento, con momenti di gruppo e colloqui individuali, per agevolare la definizione di un progetto professionale coerente con la figura professionale prevista al termine del corso. Il vivere sulla propria pelle, in qualità di disoccupati, un percorso integrato di politica attiva del lavoro, (formazione specialistica, tirocinio e orientamento), ha fornito ai corsisti un proprio punto di vista sulla condizione in cui si trovano le persone senza lavoro. E questa condizione è diventata uno dei contenuti su cui lavorare. Innanzitutto su di sé, nell’ambito delle ore di orientamento, deputate a fornire uno spazio di pensiero sulla propria condizione di persona in transizione. Ma anche in aula, per valutare attraverso la propria esperienza le modalità di presa in carico dell’utenza e l’efficacia delle stesse, in relazione alle diverse fasi in cui si articola il processo. I corsisti sono stati così sollecitati ad un impegnativo compito di “sdoppiamento” considerando i contenuti che venivano proposti anche dal punto di vista della propria esperienza.

Per prepararsi al tirocinio gli allievi sono stati guidati ad elaborare una articolata griglia di monitoraggio, che consentisse di posizionare gli enti all’interno di un’offerta più ampia, il cui denominatore comune è il processo di presa in carico dell’utenza svantaggiata e disabile.

Lo sguardo che si è voluto fornire ai partecipanti, volutamente ampio, ha agevolato l’implementazione di un punto di vista “orientato alla complessità”, capace di individuare con estremo pragmatismo punti di forza e criticità nell’offerta di servizi rivolti all’utenza svantaggiata e disabile. Uno sguardo a 360 gradi che può essere d’aiuto allo sviluppo della qualità e dell’efficacia dei servizi per il lavoro.

Quali conclusioni trarre da un percorso come questo?

Innanzitutto c’è stato un forte riscontro da parte dei referenti dei servizi, delle aziende e delle cooperative invitati a presentare casi ed esperienze. Si è constatata sul campo l’utilità di un percorso formativo per la figura prevista dal corso, rispetto alla quale i referenti incontrati sembrano segnalare un’esigenza presente nel mercato, che sarà opportuno approfondire anche con altre modalità. A pochi giorni dalla conclusione del progetto, sono già più della metà gli allievi che hanno ricevuto proposte di collaborazione da parte dei servizi coinvolti. Il percorso ha permesso di avviare la costruzione di reti tra aziende e servizi, facendo emergere da entrambe le parti il desiderio di approfondire ulteriormente il dialogo avviato.

L’obiettivo è quello di mettere a sistema l’esperienza svolta con l’intenzione di replicarla e di estenderne i risultati al maggior numero di imprese ed aziende possibili. Il bisogno è emerso in modo chiaro, l’interesse anche, sta a noi raccogliere la sfida e proseguire nel lavoro iniziato.

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Stefano Bertolina, Marzia Consoli, Sergio Bevilacqua

Per approfondire i temi affrontati nel post consigliamo la lettura de L’ultimo post dove vengono elencati gli interventi sviluppati da SLO sul tema dell’inserimento lavorativo di persone disabili e in situazione di svantaggio e i post sugli aspetti che caratterizzano approccio e modalità di gestione dell’inserimento lavorativo.

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Stakeholder è una parola magica che evoca un mondo misterioso. In realtà nel mondo della disabilità gli stakeholder sono persone e organizzazioni con  un’identità chiara: associazioni delle famiglie, enti locali, servizi per la formazione  e per il lavoro cooperative sociali, servizi sociali e altri soggetti ancora

Nell’articolo che segnaliamo i portatori di interesse nelle politiche per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Lombardia vengono mappati e classificati. La mappatura ha fornito l’occasione per porre alcune questioni sulle politiche per l’inserimento lavorativo promosse dalla Regione con il sistema della dote:

  1. con quali modalità le pubbliche amministrazioni misurano l’impatto delle politiche?
  2. in che misura gli stakeholder sono consapevoli della capacità di influenza che possono esercitare sulla programmazione delle politiche?
  3. quali sono gli ambiti di confronto che consentano agli stakeholder di ragionare sull’utilizzo delle risorse e degli strumenti che l’ente locale mette loro a disposizione?

Questi sono gli argomenti trattati nell’articolo, ma in questa sede il dibattito può continuare.

Paola Cordara

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