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Posts Tagged ‘Pubblicato da Sergio’

Steve Jobs, è stato ricordato, osannato e a volte anche giustamente criticato per i suoi eccessi da star dell’organizzazione, indifferente ai tempi, ai ritmi e alle esigenze del suo staff. Tutto preso dal suo autistico narcisismo creativo. Vorrei ricordare un aspetto che mi sembra sia rimasto nell’ombra perdendosi fra le tante cose da dire sulla filosofia di Jobs e il suo modo di rapportarsi al business.

C’è un filmato che ha fatto il giro del mondo e che è stato più volte citato i giorni dopo la sua morte (http://www.youtube.com/watch?v=oObxNDYyZPs). E’  un discorso agli studenti dell’Università di Standford, cliccato quasi 900mila volte su You tube. Un discorso che ha catturato anche noi italiani per le sue caratteristiche evocative. Si conclude con il linguaggio della sua generazione che ha conosciuto le atmosfere magiche di Woodstock “Stay hungry, stay foolish”. Siate affamati, siate folli.

Colpisce l’invito a imparare dalle scelte fatte nel corso della propria vita, professionale e non. C’è un invito a “unire i puntini” delle esperienze che ogni persona fa nel corso della propria esistenza: i puntini si possono unire solo guardandosi indietro. Se guardo sempre e solo in avanti non ce la farò mai. Un’idea che non corrisponde ai valori trasmessi dal sistema scolastico e del business. Fermarsi a pensare e a rileggere le proprie esperienze viene considerato un atteggiamento inutile, solitamente guardato con diffidenza, uno spreco di risorse e tempo che non serve.

Ma la carica innovativa di Jobs non finisce qui. Affronta un tema che in Italia è sempre difficile affrontare, la disoccupazione. Lui l’ha provata a 30 anni dopo aver creato il MacIntosh. Un’esperienza dolorosissima. Eppure in cinque anni ribalta la situazione e crea Next e Pixar che hanno un successo travolgente “e sono alla base del rinascimento di Apple” oltrechè del suo reingresso in azienda. Questa volta nei panni di chi decide e non di chi subisce.

Cosa sta alla base di questo cambiamento così repentino? La capacità di leggere le emozioni, Jobs la definisce con il linguaggio americano “amore per le cose fatte”. Forse in Italia suona meglio parlare di passione per le proprie idee e intuizioni. Comunque la mettiate il grimaldello per salvarsi e non rimanere sommersi dal trauma del licenziamento è l’attenzione alle emozioni che la persona vive. Un altro insegnamento su cui dobbiamo riflettere.

Sono pochi i posti nel vasto mondo del lavoro italiano dove si senta parlare di attenzione alla memoria delle persone, rilettura della  biografia, attenzione alle emozioni delle persone. Possiamo addirittura dire valorizzazione delle emozioni alla stessa stregua delle competenze professionali.

Sono pochi i posti dove si sentono questi discorsi perché i pionieri che si sono avventurati su questa strada sono ancora isolati e forse non sono pienamente consapevoli dell’importanza e della profonda carica innovativa di questi temi, anche per il sistema economico.

Ci voleva la morte di un grande business man per dar loro il giusto valore.

Sergio

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Edoardo Nesi di lavoro fa lo scrittore, di successo, ma fino a pochi anni fa faceva l’imprenditore, di terza generazione. La ditta, come dice lui, l’avevano avviata il nonno Temistocle e suo fratello Omero. A Prato, producevano tessuti come tante altre famiglie di quella città. Di lui abbiamo già scritto nella nostra newsletter

La sua carriera da imprenditore non ha avuto un inizio semplice e gli investimenti sostenuti dalla famiglia per dare una cultura manageriale sembravano destinati a naufragare in una visione del mondo molto poetica, umanistica e poco economica. A San Francisco Nesi preferiva aggirarsi sul trenino che attraversa la città più che frequentare la summer session dell’università di Berkeley.

Eppure Nesi entra piano piano nel ruolo dell’imprenditore che descrive con grande lucidità, lontano dalla retorica e parlando anche delle difficoltà, dei limiti di tanti imprenditori che andavano bene finchè il mercato tirava.

Non fa solo l’imprenditore ma coltiva il suo interesse per la scrittura e convive in un doppio ruolo che mantiene negli scampoli di tempo sotto l’occhio benevole del padre che finge di non accorgersi di questo “doppio lavoro”. Un clima di tolleranza che ammette identità diverse. Non accade spesso nelle organizzazioni.

Nesi “vede” prima dei suoi colleghi la crisi del tessile e decide insieme al padre e allo zio di vendere, lo fa nel 2004, molto prima della crisi generalizzata che raderà al suolo molti comparti dell’industria tessile.

Cambiare vita è una scelta che implica decisioni traumatiche e dolorose. Con buona pace di chi pensa che la decisione di cambiare sia unicamente il frutto della volontà. Nesi infatti lo esprime molto bene: ha pubblicato tre libri, ha deciso di vendere in tempo, prima che la crisi svalutasse tutto, l’ha fatto con il consenso del padre e dello zio, riceve i complimenti di molto suoi ex colleghi che gli dicono “hai fatto bene, hai anticipato la crisi che arrivava”. Ciononostante non è appagato anzi. Non riesce a ad evitare di “sentire quasi ogni giorno lo struggimento che mi prende (…) e non mi consente mai di provare se non l’orgoglio almeno il sollievo di aver evitato a me e alla mia famiglia una decadenza lunga e dolorosissima”.

Insomma non basta il successo per affrontare il cambiamento, bisogna elaborare le scelte. E Nesi ci scrive un libro intero per rileggere la sua storia professionale e la sua identità di imprenditore. E anche questo non succede spesso.

Ma forse sono proprio queste persone capaci di guardare “oltre” e anche “dentro” a dare spunti e suggerimenti per costruire nuovi scenari. Imprenditori consapevoli, una ricchezza per tutti.

Il libro si chiama “Storie della mia gente”, Bompiani Overlook. Buona lettura.

Sergio

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Un intero numero di una rivista dedicata alle paure: Meta di luglio e agosto, inserto della prestigiosa Harvard Business Review. Quattordici consulenti senior parlano delle proprie paure, il Presidente dell’Associazione dei consulenti di Direzione ed Organizzazione apre il numero sul tema che viene poi ripreso da altri due interventi. Insomma un sacco di ragionamenti sulle paure e una constatazione di fondo. La paura c’è, esiste, si tocca con mano, è un fenomeno naturale con cui i consulenti si confrontano abitualmente. Assume vesti e caratteristiche diverse: paura di essere obsoleto, di saperne meno del cliente, di non avere ordini a sufficienza, di non riuscire a dare risposte adeguate ai bisogni del cliente. Consulente che vai, paura che trovi.

Ma le paure riguardano solo il consulente ed il suo rapporto con il lavoro? O riguardano anche i manager d’azienda, gli specialisti e più in generale il personale che opera in un’organizzazione? Forse possiamo sostenere che chi lavora deve affrontare le proprie paure, difficoltà, ansie nei confronti della propria attività professionale. E anche in questo caso c’è chi avrà paura a “disturbare il proprio capo per segnalare un problema, una questione che pure interviene pesantemente nella propria attività” oppure chi avrà timore di “segnalare al proprio collaboratore che deve modificare certi atteggiamenti perchè generano tensione nel gruppo di lavoro”. Sicuramente l’ansia è diffusa quando si tratta di negoziare un aumento di merito oppure quando si avvicina il colloquio di valutazione. E come non citare le paure che poi diventano vero e proprio panico legato al proprio futuro professionale, quando si sparge la notizia che l’azienda deve ricorrere alla cassa integrazione. E non si sa “a chi toccherà”.

Insomma il merito di Meta è di aver alzato il coperchio e aver chiamato i sentimenti con il loro nome perchè nelle organizzazioni che siano nel privato, nel pubblico o nella cooperazione sociale i sentimenti ci sono ed è utile cominicare a gestirli, a partire dalle paure.

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Ci ha pensato un’azienda di successo come la BMW che in un periodo di crisi nera ha aumentato le vendite del 10%. E l’idea è assolutamente innovativa. Questa volta non riguarda un nuovo modello di auto, ma la loro produzione. Anzi, per essere più precisi le persone chiamate a produrle. La BMW  infatti darà vita ad uno stabilimento, vicino a Monaco di Baviera, specificamente progettato per lavoratori “anziani” perchè l’azienda non intende disperdere l’esperienza professionale acquisita da queste persone nel corso della loro storia professionale. Sino ad oggi le notizie che arrivavano dal mercato del lavoro andavano nella direzione opposta:  Over 40? Allora sei obsoleto. Invece BMW propone un cambio di prospettiva, lo fa in modo radicale e con lo sguardo di chi guarda nel breve e anche nel medio periodo perchè con questa decisione fa fronte alla carenza di manodopera specializzata ma anche ad un altro dato che caratterizza sempre di più le società occidentali: il calo demografico.
Sarà utile capire come si svilupperà questa esperienza, per adesso sappiamo solo che l’impianto dello stabilimento sarà dotato di postazioni di lavoro ergonomiche e avrà ritmi più lenti rispetto a quelli di altre fabbriche del gruppo. Sicuramente BMW ha frantumato un luogo comune: dopo i 40 anni e anche dopo i 50 le persone possono dare ancora il proprio contributo professionale, parola di un’azienda di successo. Tutto questo a 300 chilometri da casa nostra…

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Questa volta parliamo di cinema e di un film che parla del Regno Unito poco prima che scoppi la seconda guerra mondiale. Il film è inglese ed australiano, dello scorso anno. E’ un bel film. Perché ne parliamo in questo blog? Perché si parla del mestiere di un logopedista che viene in soccorso del futuro Re d’Inghilterra che ha un problema di balbuzie, un grave problema per chi deve intervenire in pubblico. Tantopiù se il discorso che il re deve tenere riguarda la dichiarazione di guerra nei confronti della Germania. Se siete consulenti, formatori, orientatori, counsellor, assistenti sociali, educatori, tutor, coach, vi consigliamo caldamente di guardarlo.
Si parla di logopedia ma si intende la relazione d’aiuto in ambito professionale. Si parla del riconoscimento del lavoro professionale da parte del cliente (e in questo caso di un cliente d’eccezione), di riconoscimento delle competenze, di acquisizione delle competenze, gestione del setting, transfert, commistione di ruoli, soddisfazione nel lavoro professionale e riconoscimenti. Insomma si parla in generale del lavoro professionale di chi gestisce forme di supporto nella relazione personale. In un modo che emoziona, che tocca questioni vitali, senza retorica e con grande sensibilità.
Un film che vale quanto un manuale sul tema della relazione d’aiuto. Un modo di comunicare che aiuta ad aiutare.

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La fonte è l’Osservatorio CIG della CGIL. CIG sta per cassaintegrazione, una forma di assistenza per chi rimane a casa dal posto di lavoro, che garantisce l’80% dello stipendio. E’ una formula tutta italiana che consente di tamponare le crisi, come quella drammatica che stiamo vivendo. I dati lasciano senza parole: nel 2007 prima della crisi le ore di CIG utilizzate nel nostro paese sono state 183 milioni. Nel 2010 un miliardo in più, esattamente 1.203.638.249 che hanno coinvolto più di mezzo milione di persone.
A queste bisogna aggiungere anche chi non ha la copertura economica della CIG, ovvero più di 2 milioni di persone. E a voler guardare bene nelle pieghe del mercato del lavoro ci sono anche le persone che rinunciano a cercare un lavoro, i cosiddetti “scoraggiati”.
Chi lavora nei servizi per l’impiego sa bene cos’è il fenomeno dello scoraggiamento e noi di SLO ne abbiamo parlato qui per chiarire che riguarda non solo operai e impiegati ma anche i dirigenti.
Quello che colpisce è l’indifferenza che sembra regnare nelle politiche del lavoro. Gli articoli dei giornali che parlano di questi terribili numeri sollevano clamore per qualche giorno e poi basta. Riprenderemo a parlarne in occasione di qualche fatto clamoroso: la chiusura di qualche fabbrica di una certa importanza, la salita sui tetti da parte degli operai disperati.
Manca però la voglia di ripensare alle politiche del lavoro, insomma si fa fatica a valutare la loro efficacia. Vorrei segnalare l’articolo di Concetto Maugeri che per anni ha gestito in Regione Piemonte le politiche del lavoro e ha dato un contributo sul tema valutazione. Uno dei pochi, contributi sul tema. Davvero troppo pochi.
Forse il 2011 è l’anno in cui rilanciare il tema a partire dall’efficienza dei servizi per l’impiego, dalla capacità delle organizzazioni che si occupano di favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, si occupano di orientamento, di formazione. Il problema è fornire risposte efficaci a quel mezzo milione di persone in CIG, a quei 2 milioni in cerca di lavoro a quegli scoraggiati che corrono il rischio di rimanere invisibili. E’ necessario uno scossone, tutti dobbiamo sentirci coinvolti.
Noi di SLO ci impegniamo a ritornare sul tema, ci piacerebbe trovarci in compagnia di tanti operatori, colleghi professionisti, fondazioni, associazioni sindacali e imprenditoriali.

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Può succedere che una cooperativa sociale di tipo B si prenda la briga di partecipare in prima persona allo sviluppo di un’impresa nella lontanissima Africa? Il Giardinone, cooperativa che opera a Locate e nell’area a Sud di Milano, si è impegnata in una sua propria ”campagna d’Africa” che presenta mercoledì 15 alle ore 19 (alla Cordata) in via Zumbini 6 a Milano .

Ma cosa comporta una scelta come questa che sembra fare a pugni con una serie di valori indiscutibili della cooperazione sociale?  Evidentemente investire in Senegal e in altre parti del mondo implica uscire dalla vocazione territoriale, entrare in una logica di investimento, fare i conti con concetti lontani anni luce dalla cultura imprenditoriale del terzo settore. Eppure al Giardinone pensano che si possa fare cooperazione sociale entrando nel merito di concetti che di solito vengono delegati in toto all’impresa (“for profit”  come poi si aggiunge nel linguaggio del terzo settore).  La gestione degli inserimenti lavorativi può andare d’accordo con produttività, l’attenzione ai bisogni della persona svantaggiata può conciliarsi con la valutazione dei processi organizzativi, la definizione dei ruoli e, soprattutto, una solida spinta imprenditoriale possono avere come esito lo sviluppo dell’impresa sociale in altre parti del mondo.

Per saperne di più vi invitiamo ad ascoltare dal vivo i protagonisti di questa scelta. E a dire la vostra sul nostro blog.

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In queste settimane si stanno tenendo in varie città lombarde (Bergamo, Milano, Brescia) i workshop che presentano gli esiti di azioni di sistema che la Regione ha avviato per fare il punto sugli inserimenti delle persone disabili nel mercato del lavoro.

L’azione di sistema che ha visto coinvolta SLO ha approfondito le modalità di gestione dei processi di erogazione dei servizi per l’utenza disabile da parte di dieci enti accreditati: le organizzazioni prese in considerazione sono quelle che hanno ricevuto i punteggi più elevati nel sistema di ranking regionale.

Che cosa esce dall’intervento di valutazione delle modalità di inserimento utilizzate dalle agenzie accreditate?

Un punto di forza incredibile: una mission molto chiara e un forte orientamento ai bisogni dell’utenza. Gli operatori spesso si fanno carico dell’utente anche se non è prevista una copertura finanziaria delle proprie attività. I servizi hanno caratteristiche innovative, il territorio riconosce il ruolo degli operatori e degli enti accreditati.

E i punti di debolezza? In molte organizzazione fra le dieci più avanzate del sistema di formazione professionale e dei servizi per il lavoro, sono carenti gli aspetti organizzativi, le attenzioni alle modalità di gestione, controllo e monitoraggio dei processi: gli organigrammi non sono strumenti di strutturazione e definizione dei ruoli, la formazione non ha una programmazione…

Insomma il quadro che emerge presenta alcuni aspetti su cui sarebbe utile intervenire per favorire il consolidamento organizzativo. Non si può delegare a bravi operatori e alla loro buona volontà la gestione e il consolidamento dei processi organizzativi. Lo sforzo deve riguardare gli enti che erogano i servizi e i soggetti che fanno le politiche e gestiscono la governance del sistema.

Il fortissimo cambiamento introdotto dal sistema dote disabili  sperimentato da poco più di un anno ed il monitoraggio sviluppato dalle azioni di sistema hanno evidenziato la necessità di dar vita ad interventi finalizzati a supportare lo sviluppo organizzativo degli enti accreditati, quindi l’individuazione di ruoli definiti, di processi per l’erogazione dei servizi e la gestione delle reti con altri enti, lo sviluppo sistematico nel tempo delle competenze presenti nei gruppi di lavoro.

Emerge una scommessa per il futuro dei servizi che si occupano di disabili e per gli attori, Regione e Province, chiamati a gestire la complessa partita dell’inserimento lavorativo in una situazione di restrizione delle risorse in cui il sistema di welfare deve essere riorganizzato.

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Quando si parla di formazione in azienda, soprattutto di quella tecnica,  è più facile trovare scontenti che persone soddisfatte… Eppure grazie ai Fondi interprofessionali, le risorse per la formazione non mancano…

Uno degli obiettivi dei fondi professionali è sviluppare l’occupabilità del personale in azienda, eppure spesso proprio chi avrebbe più bisogno di aggiornamento e riqualificazione professionale non viene raggiunto da nessuna iniziativa: come favorire il coinvolgimento delle persone che attualmente non sono coinvolte dalla formazione aziendale?

Allo stesso modo, si fa fatica a sviluppare una domanda attenta alle esigenze delle aziende. Succede così che si ricorra con più facilità a pacchetti standard offerti dalle agenzie formative. E l’offerta dei corsi di lingue o di informatica è una delle modalità più diffuse. Non è però detto che sia una delle più utili. Come evitare che la capacità di offerta delle agenzie prevalga sui bisogni delle aziende?

E’ possibile che le rappresentanze dei lavoratori abbiano un ruolo attivo e propositivo per quanto riguarda la formazione aziendale? Ha senso un approccio alla formazione che veda coinvolte nelle imprese anche le rappresentanze dei lavoratori?

A queste domande si è cercato di dare risposta  in un convegno  poco rituale e attento invece alla sostanza dei processi formativi organizzato il 29 settembre da FormaMec  insieme a IAL CISL, Università degli Studi di Milano, ISFOR 2000 e FORAZ sulle modalità di gestione dei fondi professionali (a cominciare da Fondimpresa).

Nel convegno è stata anche presentata l’ “Antenna per il miglioramento della qualità della formazione continua della filiera meccanica”, un’organismo, che ci vede coinvolti come SLO, che si occuperà di “dare valore” alla formazione. Come? Dando vita ad azioni di sistema per aumentare l’efficacia dell’analisi della domanda e della valutazione, nonché supportando un approccio “bilaterale” cioè uno stile di lavoro che coinvolga azienda e rappresentanze sindacali su temi che coinvolgono la globalità del personale dell’azienda e non soltanto figure specialistiche o manageriali.

Sono temi fortemente collegati al nostro post del 24 agosto in cui ci  si chiedeva, in modo un po’  forzato, se la formazione oggi in Italia è una fabbrica di disoccupati. Evidentemente il monitoraggio delle azioni formative e la valutazione degli impatti costituiscono la chiave di volta per il futuro della formazione nel nostro paese. Diamoci da fare…

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Questo il titolo di due pagine di Repubblica del 20 agosto a proposito di formazione professionale e finanziata con fondi pubblici destinata a disoccupati, giovani alla prima esperienza lavorativa, apprendisti, lavoratori a rischio di esclusione. Insomma quasi 20 miliardi di euro. La lista delle magagne è (purtroppo) lunga e documentata. Quella degli esiti positivi è (purtroppo) molto essenziale.
Questo l’impietoso quadro fornito dal quotidiano. E noi che operiamo da lungo tempo nel settore cosa diciamo sull’argomento?
Intanto la cosa più semplice del mondo: si vede che nel nostro paese si fa tanta formazione (finalmente) ma poca, anzi pochissima valutazione. Forse è venuto anche nel nostro paese il momento di pensare attentamente a valutare l’efficacia degli investimenti.
Poche e sentite parole a chi, negli enti locali si occupa di governance e di politiche della formazione: forse sta arrivando il momento di prestare più attenzione ai processi e un pò meno alle logiche adempitive. Quindi più attenzione a finalità, coerenze obiettivi/contenuti/numero di partecipanti, esiti lavorativi, capacità di integrazione formazione/servizi per il lavoro. E magari più capacità di lettura critica dei processi.
Chi ci guadagnerebbe? Un pò tutti. Chi utilizza la formazione, chi la finanzia, le imprese. Insomma il sistema paese.

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