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Posts Tagged ‘riorganizzazione dei centri per l’impiego’

30 anni.JPGNel maggio del 1988 ho iniziato a collaborare con l’agenzia regionale Lombardia Lavoro nata nella seconda metà degli anni 80 come le agenzie del Friuli, Trentino, Val d’Aosta e Sardegna. L’attività di Lombardia Lavoro è consistita nella sperimentazione di servizi che nei decenni successivi sono diventati abituali per i centri per l’impiego, i centri accreditati al lavoro, le agenzie di orientamento. Si sono sperimentati i primi job club rivolti a persone disoccupate, il servizio di incontro tra domanda e offerta di lavoro, i corsi di riqualificazione per cassaintegrati, servizi ai tempi sostanzialmente sconosciuti. C’era chi, come Stefano Morri, iniziava a ragionare sulle potenzialità delle persone disabili ritenendo che si dovesse spostare l’attenzione dalla considerazione dei limiti dovuti alla patologia, alla valutazione delle potenzialità della persona disabile, approccio assolutamente innovativo in quegli anni.

Queste attività nel corso del tempo si sono strutturate in servizi che dalla ristretta esperienza delle agenzie regionali si sono progressivamente estese, con tempi e modalità diverse, agli enti di formazione professionale, ai neonati centri per l’impiego e a iniziare dal 2000 ai cosiddetti enti accreditati.

Lombardia Lavoro e le altre agenzie regionali sono stati gli incubatori della sperimentazione di servizi finalizzati allo sviluppo dell’occupabilità di giovani e adulti non occupati ai tempi assolutamente sconosciuti nel nostro paese. Questi servizi che si sono progressivamente imposti nell’ambito delle politiche attive del lavoro.

Quindi tutto bene? Se riflettiamo su cosa succedeva trent’anni fa possiamo dire che rispetto alla logica assistenziale che dominava le relazioni industriali con il ricorso ad un unico strumento, la cassa integrazione straordinaria che le aziende di grande dimensione utilizzavano senza limiti, effettivamente le cose sono migliorate.

Le politiche del lavoro si sono evolute dal momento che si è progressivamente puntato alla presenza di servizi per supportare l’inserimento delle persone al lavoro sostenendo le fasce più svantaggiate e fornendo servizi per rendere più efficiente il funzionamento del mercato del lavoro.

Però è necessario fare mente locale sulle occasioni che non hanno avuto un’adeguata attenzione. Si tratta di servizi, come l’orientamento, che non sono stati sviluppati per le potenzialità che hanno evidenziato. Ma anche di approcci nella gestione delle attività: si è sottovalutata l’importanza della valutazione dell’efficacia dei servizi. E si è sottovalutato anche l’importanza dell’integrazione fra politiche che avrebbero potuto generare sinergie importanti. Vediamo da vicino di cosa si tratta.

Lo sviluppo di servizi orientativi finalizzati a migliorare l’occupabilità delle persone che passano dalla disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro è stato un obiettivo poco sviluppato, come viene rilevato anche nel recente Monitoraggio dei servizi per il lavoro effettuato dall’ANPAL. Tuttora è largamente prevalente l’idea che il servizio fondamentale per i centri per l’impiego sia costituito dall’incontro domanda-offerta eventualmente supportato da banche dati. L’assenza di una seria politica orientativa è legata all’idea che l’agenzia che prende in carico la persona senza lavoro debba necessariamente risolvere il problema individuando le opportunità del lavoro. Come se l’attivazione della persona non costituisse in molti casi una leva in grado di consentire all’utente dei servizi di trovarsi autonomamente una soluzione lavorativa. Sullo sfondo riemerge la logica assistenziale che delega al centro per l’impiego o ad altre agenzie la soluzione della mancanza di lavoro, con il risultato di non corresponsabilizzare l’utente e riducendo il cosiddetto patto di servizio ad un atto assolutamente adempitivo.

Un’altra questione che non ha riscosso adeguata attenzione è la valutazione degli esiti dei vari servizi. In generale la pubblica amministrazione fatica a organizzare momenti di valutazione funzionale e non burocratica dell’efficacia dei servizi perché è complicato individuare i criteri di questa valutazione. Si assiste in questo modo alla chiusura di esperienze com’è avvenuto nel caso di Lombardia Lavoro, senza che l’efficacia dei servizi erogati sia stata adeguatamente valutata. Lo stesso approccio si è ripetuto sul cosiddetto capitolo 908 pochi anni più tardi. Il tema non è una prerogativa lombarda, ma può tranquillamente estendersi all’intero territorio nazionale.

Fra le opportunità non adeguatamente sviluppate c’è una mancata riflessione sull’importanza dell’integrazione tra politiche che operano in sistemi diversi.

Questa lacuna storica emerge in modo significativo negli ambiti in cui utenze molto particolari come le persone con disabilità e in situazione di svantaggio socio economico richiedono la gestione di servizi per l’inserimento nel mercato del lavoro con modalità che implicano l’integrazione fra operatori del lavoro e del sociale. Dispositivi come il reddito di inclusione (REI) e le ipotesi riguardante il reddito di cittadinanza implicano una collaborazione fra operatori dei centri per l’impiego e dei servizi  sociali. Questo ritardo è anomalo dal momento che sono presenti molte esperienze legate all’applicazione della norma relativa all’inserimento delle persone disabili in azienda: la legge 68 del ‘99. In molti territori si stanno sperimentando ormai da tempo reti di collaborazione tra operatori dei CpI, degli enti accreditati, dei servizi sociali e della cooperazione sociale. Emerge però una ripetuta difficoltà a consolidare questi progetti sperimentali favorendone l’evoluzione in servizi istituzionalizzati gestiti dalla pubblica amministrazione in collaborazione con il privato e la cooperazione sociale.

Una ulteriore riflessione legata alle difficoltà di integrazione fra le diverse politiche riguarda il rapporto tra chi si occupa di servizi per il lavoro e chi governa i servizi per lo sviluppo economico. Logica vorrebbe che le amministrazioni che hanno una delega a favorire lo sviluppo di servizi per il lavoro dialogassero con chi opera per lo sviluppo economico dei territori. Le politiche di sviluppo tendono a premiare nicchie di mercato del lavoro che esprimono dinamicità, sono in fase di crescita e quindi generano occupazione. A volte succede anche che le potenzialità di questi settori vengano limitate dalla difficoltà a reperire figure professionali nel mercato del lavoro come segnala De Vico con una certa ricorrenza dalle pagine del Corriere della Sera. Nel nostro paese non esiste alcuna tradizione di dialogo tra queste due politiche eppure sarebbe molto importante che chi finanzia lo sviluppo di imprese destinate a generare occupazione si preoccupasse di dare indicazioni a chi fornisce servizi nell’ambito dell’istruzione, della formazione professionale e dei servizi per il lavoro.

Come vediamo in questi trent’anni si è fatta molta strada, le politiche attive del lavoro si sono affermate così come i servizi per l’impiego. Inoltre si sono messe a fuoco alcune lacune su cui sarà importante nel prossimo futuro favorire nuove visioni. La nascita di servizi basati su una logica di integrazione fra operatori che appartengono a sistemi diversi – il sociale, il lavoro e lo sviluppo economico – sarà un banco su cui valutare l’efficacia dei servizi.

Inoltre sarà necessario concepire un nuovo linguaggio per le politiche attive che consenta una comunicazione più efficace con l’opinione pubblica il cui coinvolgimento costituisce un passaggio evolutivo significativo per il consolidamento di una cultura orientata all’utilizzo di servizi irrinunciabili in una società in cui il lavoro stabile è ormai al tramonto.

Sergio Bevilacqua

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Immagine assegno ricollocStanno arrivando i primi risultati relativi all’assegno di ricollocazione, sulle 30mila lettere inviate nella sperimentazione dell’assegno ben poche sono le risposte da parte dei destinatari. Inevitabile l’avvio dei ragionamenti sull’efficacia del dispositivo. Claudio Negro – profondo conoscitore delle politiche del lavoro lombarde – segnala alcuni punti di attenzione che sarebbe utile introdurre in tempi molto brevi. E lo stesso fa Luigi Olivieri, che ragiona tra l’altro sulla modalità di gestione della condizionalità. Se le basse adesioni al dispositivo verranno confermate, sarà necessario valutare rapidamente gli esiti e provvedere con una nuova progettazione, come d’altra parte sta accadendo con un altro dispositivo molto significativo, nell’ambito delle politiche sociali: il sostegno all’inclusione attiva.

Vorrei proporre un approccio al tema posto dall’assegno di ricollocazione che prende spunto dall’esperienza lombarda dal momento che la Regione Lombardia, anticipando la logica dell’assegno di ricollocazione, ha avviato quasi 4 anni fa un modello di politiche attive basato sullo strumento dei voucher (la cosiddetta DUL, Dote Unica Lavoro) che finanzia un’offerta di servizi rivolti alle persone senza lavoro erogata da centri per l’impiego ed agenzie accreditate al lavoro. Il modello prevede che i servizi di presa in carico e orientamento vengano finanziati “a processo” (come si usa dire) mentre quelli di scouting ed incontro tra domanda e offerta vengano remunerati “a risultato”: http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/23127131001_dlu_accom.pdf.
In sostanza, se l’agenzia favorisce il collocamento della persona che ha preso in carico ottiene una “premialità”. Se un’agenzia prende in carico e colloca una donna, over 50, senza diploma, da più di un anno fuori dal mercato del lavoro (fascia ad alta intensità di aiuto) avrà una premialità maggiore rispetto alla presa in carico di una persona giovane, diplomata, con pochi mesi di disoccupazione (fascia a bassa intensità d’aiuto): 1835 euro nel primo caso, contro i 567 del secondo. Approccio molto logico e razionale.

È anche efficiente? Per rispondere a questa domanda è necessario addentrarsi in alcuni aspetti tecnici. Il modello della Dote genera dal punto di vista organizzativo una elevata richiesta di documentazione amministrativa. Alcuni operatori accreditati segnalano che l’attività di rendicontazione richiesta supera per monte ore, l’attività erogata all’utente. Questo indicatore andrà monitorato con grande attenzione perché una delle storiche critiche alla scarsa efficienza dei CpI è legata al fatto che da erogatori di servizi rivolti a persone ed aziende si sono trasformati in organismi amministrativi che hanno dedicato scarsa attenzione e tempo alla gestione dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2014/09/01/centri-per-limpiego-e-una-questione-di-efficacia-ed-efficienza/. Inoltre sarebbe interessante verificare se enti accreditati e servizi per l’impiego siano stati sollecitati a dotarsi di un sistema autonomo di controllo dei costi in modo da avere la consapevolezza del costo del servizio erogato, indipendentemente dalla documentazione richiesta dalla Regione. In caso contrario l’impegno amministrativo si ridurrebbe alla gestione delle procedure per conto del committente finanziatore, indicatore che segnala il livello di indipendenza economica di questi enti.

C’è poi da chiedersi se il modello è efficace. I numeri relativi al collocamento delle persone prese in carico sono significativi: “Il numero di destinatari avviati al lavoro attraverso la DUL è di 30.812 (nel periodo 2013-’15) che corrisponde circa al 63% delle Doti assegnate” sostengono Francesco Giubileo e Simone Cerlini – https://lavoroeimpresa.com/2015/03/27/dote-unica-lavoro-dalla-regione-lombardia-un-esempio-di-innovazione-da-seguire/. Dato assolutamente significativo tanto più se confrontato con i dati che stanno emergendo dall’avvio della sperimentazione relativa all’assegno di ricollocazione.

È interessante notare il profilo delle persone prese in carico: “Il 67% del campione risulta avere come titolo di studio un diploma. Inoltre il campione è prevalentemente giovane: il 51% ha meno di 34 anni e, in generale, più del 75% dei destinatari è un under 45; infine, si tratta prevalentemente di disoccupati (più del 70%). In altre parole, l’idealtipo della Dote Unica del lavoro è un giovane Under 45, disoccupato, con un titolo di studio medio-alto (laurea o diploma)”. Questo porta gli autori del post citato a segnalare un punto di attenzione: “E’ necessario evitare che alcuni enti accreditati respingano soggetti molto lontani dal mercato del lavoro, come i disoccupati di lungo periodo Over 55’”. Tema ripreso l’anno successivo da Stefano Zanaboni: “Questo fenomeno, noto come “creaming”, benché sia esplicitamente vietato dalle normative vigenti (…), è purtroppo riscontrabile nelle aree in cui le regioni hanno impostato con la logica della remunerazione a risultato il proprio sistema di servizi al lavoro, sia che ciò riguardi i soli operatori privati come in Lazio, sia che coinvolga anche gli operatori pubblici come in Lombardia” – http://www.workmag.it/2016/09/servizi-per-il-lavoro-come-remunerare-senza-discriminare/.

Quali conclusioni trarre da queste riflessioni? Ben vengano le sperimentazioni come quelle dell’assegno di ricollocazione perché introducono l’idea che un nuovo servizio deve essere valutato prima di essere esteso a tutto il territorio. Peraltro l’innovazione introduce un confronto con un nuovo modo di gestire i servizi per il lavoro. Ben venga l’idea di premiare chi produce risultati, sistema introdotto dalla Dote lombarda, perché risulta uno stimolo alla produttività dei servizi soprattutto in un settore che storicamente si è “seduto” nella gestione dei servizi e ha avuto difficoltà a consolidare le sperimentazioni passate (job club, bilancio di competenze…) in una logica di miglioramento dell’offerta dei servizi. In questo contesto diviene estremamente importante la modalità di valutazione che verrà utilizzata per verificare l’efficacia dell’assegno di ricollocazione. Nel caso della Dote la Regione Lombardia ha adottato questi criteri:

  • tasso di successo inteso come capacità, da parte degli operatori, di far raggiungere ai destinatari dell’intervento il miglior risultato occupazionale;
  • soddisfazione dei destinatari dell’intervento, misurabile attraverso indagini di customer satisfaction.

A questi criteri va poi affiancata la verifica dei dati amministrativi citati in precedenza. Evidentemente, se le politiche alla base dell’assegno di ricollocazione spingono ad una presa in carico di “utenze difficili”, cioè persone da tempo espulse dal mercato del lavoro, con un’età elevata, un basso titolo di studio e con professionalità difficilmente ricollocabili, allora è necessario ampliare i criteri di valutazione attualmente utilizzati in Lombardia, integrandoli con un’attenta analisi dell’utenza presa in carico. Sarebbe inoltre importante utilizzare tecniche qualitative innovative, come quelle cui ricorrono le società che intendono valutare l’efficacia dei propri servizi commerciali (mistery client), tese a verificare le modalità utilizzate dagli operatori degli enti accreditati per verificare eventuali “forme di scoraggiamento” degli utenti, visto il senso del richiamo della dirigente dell’Agenzia del Lavoro di Trento: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/11/news/storia-di-antonella-l-unica-dirigente-che-applica-le-sanzioni-1.280201.

In conclusione, una questione di metodo: sarebbe utile che la sperimentazione dell’ANPAL, superata la fase di avvio, portasse con sé, già in fase di valutazione del nuovo dispositivo, uno spirito diverso nella gestione dei servizi. A lungo, in vista della nascita dell’ANPAL, si è assistito ad un dibattito acceso e poco costruttivo su quale fosse il modello migliore, quello pubblico o quello orientato al privato. Sarebbe utile risolvere una volta per tutte questa discussione con un approccio estremamente pragmatico cioè orientato ai “clienti” delle politiche attive del lavoro. Parola chiave che si sente sempre troppo poco nel dibattito sul futuro delle politiche attive e scompare addirittura nella gestione dell’assegno di ricollocazione. I clienti sono le persone, quindi i disoccupati con i loro bisogni variegati e le aziende, che non sono solo dispensatori di posti di lavoro come ci si ostina a pensare, ma evidenziano richieste, bisogni che è necessario prendere in considerazione. Sicuramente il modo migliore per rispondere ai bisogni di entrambi è un cambio radicale di passo. Si tratta di uscire dalle risposte che il singolo ente, pubblico o privato, è in grado ad oggi di fornire, spesso assolutamente inadeguate alle richieste di disoccupati e aziende, come evidenziano spietatamente i dati relativi agli esiti delle persone che trovano lavoro in Italia (insieme mediano il 9% dei contratti, secondo l’ISFOL). Sarebbe utile, invece, costruire una logica di sistema che valorizzi le esperienze gestite da province virtuose per quanto riguarda i servizi rivolti ai disoccupati disabili. Tema che tende ad essere dimenticato dalle politiche attive del lavoro. In questi casi la collaborazione fra pubblico e privato esiste, non è conflittuale, favorisce l’integrazione dei servizi offerti dai singoli enti. E inoltre sviluppa un forte orientamento ai bisogni dell’azienda migliorando nel tempo la qualità dell’offerta dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2016/05/16/quando-un-sistema-acquista-consapevolezza/.

Si registra quindi ancora un ampio margine di sviluppo dei servizi nell’ambito delle politiche attive, serve un deciso orientamento alla promozione del “miglioramento continuo” da parte del pubblico e anche da parte del privato. L’idea di sistemi di governance e di modelli che rimangono intatti appartiene ad un passato in cui la percentuale del PIL è destinata ad incrementi di pochi decimali grazie alla scarsa efficienza del sistema dei servizi al lavoro: pubblici e privati.

Serve la capacità e la volontà di valutare gli esiti dei modelli, a cominciare da una seria valutazione del dispositivo dell’assegno di ricollocazione, la volontà di riprogettare i servizi delle politiche attive sviluppando l’orientamento all’innovazione e alle esigenze del sistema cliente.

Sergio Bevilacqua

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Immagine21Che fine faranno i centri per l’impiego (CpI)? Da chi dipenderà il personale ora in carico alle province? Che competenze avrà l’Agenzia nazionale? E che dispositivo organizzativo verrà adottato? E infine: quali saranno i tempi di questa operazione?
Stiamo assistendo ad una significativa riorganizzazione istituzionale (province) e del sistema dei servizi pubblici per il lavoro, cioè di una infrastruttura fondamentale  per un paese moderno, e gli interrogativi che abbiamo elencato non trovano ad oggi molte risposte. Non emergono pubblicamente né le decisioni che dovrebbero essere assunte nè le indicazioni che dovrebbero orientare il processo decisionale.
Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro si è concentrato sugli aspetti contrattualistici e normativi con una insistenza quantomeno inquietante per le inevitabili sovrapposizioni di norme emanate sugli stessi argomenti a distanza di pochi mesi. Le politiche del lavoro e la loro riorganizzazione sono state affidate in sostanza ai cambiamenti elaborati all’interno degli istituti e delle convenienze economiche, quindi sugli incentivi. Mentre rimane immutata la difficoltà a integrare la programmazione con gli interventi sul territorio, le politiche del lavoro con le politiche dello sviluppo.
Migliaia di operatori dei CpI, del settore lavoro delle province, del collocamento mirato dei disabili sono abbandonati  senza alcuna forma di coinvolgimento, senza informazioni sulle prospettive del loro lavoro e del servizio in cui attualmente operano. Ma nel frattempo questi operatori devono, nonostante tutto, fronteggiare la pressione in crescita da parte dell’utenza.
Se si prestasse attenzione alle esigenze delle persone e delle imprese nei territori emergerebbe inevitabilmente una maggiore attenzione nei confronti del “capitale umano” presente nei servizi per l’impiego, cioè verso quel patrimonio costituito dalle competenze e dalle esperienze degli operatori dei servizi. La riorganizzazione dei servizi è prevista dal Jobs act ma per ora non emergono prese di posizione pubbliche o testi di riferimento per l’attuazione della legge.
Su una partita così delicata sarebbe utile che il processo di radicale cambiamento dei servizi procedesse coinvolgendo sistematicamente chi opera sul campo. Sarebbe utile avviare una valutazione sistematica dei diversi modelli di gestione dei servizi mantenendo un’informazione per coinvolgere il personale, motivandolo al cambiamento e non lasciandolo in balia di cambiamenti percepiti come verticistici. Nelle riorganizzazioni il primo riferimento per mantenere il collegamento tra vertice e base, tra centro e periferie è alimentare una continua comunicazione sullo stato delle decisioni che si stanno profilando.
In questo scenario ci sembra che la transizione venga giocata esclusivamente sugli aspetti normativi ed istituzionali. Effettivamente nella riorganizzazione sono coinvolte una pluralità di istituzioni: governo centrale, regioni, province e le neonate aree metropolitane e questa pluralità di attori accresce la complessità della riorganizzazione.
Mentre tutte le attenzioni sono legate a definire in quale contesto istituzionale andranno a finire CpI e strutture provinciali, rimangono in ombra in modo drammatico gli aspetti funzionali dei servizi del lavoro, che operano e devono continuare ad operare, qualunque sia l’assetto istituzionale, come servizi territoriali “di prossimità” e di politica attiva del lavoro. Bisogna pensare a quali bisogni devono rispondere i servizi per l’impiego, quali processi devono gestire, come far fronte alla crisi del welfare e quindi alla riduzione significativa delle risorse mentre il problema disoccupazione invece continua a crescere.
Sembra emergere l’illusione di poter elaborare un progetto sulle politiche del lavoro senza partire dalle esigenze dei principali attori coinvolti: disoccupati e aziende, offerta di lavoro e domanda. Se non partiamo dai loro bisogni  e non ne facciamo il vero motore e metro di valutazione del funzionamento dei servizi si rischia di dare vita a dispositivi che riproducano gli errori del passato, disperdendo preziosissime risorse economiche e progettuali. Si poteva e si può ancora adesso operare diversamente.
Uno dei motivi delle gravi difficoltà delle policies e dei servizi è la macchinosità delle procedure che richiedono la gestione di un’ingombrante documentazione amministrativa. Forse è venuto il momento di snellire drasticamente i processi affidando questa attività a chi si occupa della loro razionalizzazione. L’efficienza passa anche dal fatto che monitoraggio e rendicontazioni amministrative, per necessari che siano, non divorino le risorse che potrebbero essere destinate all’utenza
In un periodo in cui le risorse pubbliche si riducono non si può pensare che le politiche attive del lavoro non debbano fare i conti con questo scenario. Nelle politiche sociali che dipendono dallo stesso ministero da cui dipende il lavoro, si sta diffondendo l’idea del welfare generativo, in cui l’utenza è chiamata a partecipare attivamente a percorsi di sviluppo diventandone protagonista. Uscendo da logiche assistenziali che ancora oggi prevalgono spesso nelle politiche del lavoro. Anche questa  affinità nei paradigmi delle politiche del lavoro e del sociale dovrebbe essere colta come una opportunità nella riorganizzazione dei due sistemi.
Questo approccio implica che gli operatori dei servizi sociali dialoghino con quelli del lavoro, che si  individuino percorsi di collaborazione come già avviene nel casi dell’inserimento lavorativo delle persone disabili, servizio che costituisce una cerniera fra politiche del lavoro e sociali-
Nello spirito dell’integrazione ogni sperimentazione è utile a fare avanzare un modo di lavorare concretamente cooperativo che nel nostro paese fatica a svilupparsi. E gli operatori possono contribuire a costruire contenuti e riferimenti che mancano, ritrovando un ambito di protagonismo che la riorganizzazione dei servizi per il lavoro ha sin qui penalizzato.
Pensiamo sia importante che le risorse umane impegnate nei servizi per il lavoro non rimangano confinate nell’angolo delle elucubrazioni sul futuro che li riguarda e che possano trovare un ruolo che le veda partecipi della riorganizzazione dei servizi. La possibilità di impostare la riorganizzazione dei servizi e delle politiche  partendo dai contenuti dipende anche dalla capacità di ritrovare gli spazi di un proprio protagonismo.
Sergio Bevilacqua e Concetto Maugeri

Concetto Maugeri è progettista esperto e consulente nell’ambito delle politiche del lavoro e dello sviluppo locale

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immagine 10.04Continuiamo il dialogo sul futuro dei centri per l’impiego, dei servizi e delle politiche del lavoro, anche alla luce dei cambiamenti istituzionali in atto. Questa volta ospitiamo l’intervento di Concetto Maugeri, in passato dirigente della Regione Piemonte, attualmente consulente e libero professionista, sempre nell’ambito delle politiche del lavoro e dello sviluppo locale. Maugeri ragiona ad ampio spettro sulla necessità di innovare profondamente la visione che orienta politiche e servizi per il lavoro.

 

Da più parti si rileva come i servizi per l’impiego (SpI) siano ancora legati a politiche autoreferenziali, inefficaci, con un forte connotato burocratico, isolati dagli altri SpI e anche dagli altri servizi. Tuttavia si omette spesso di evidenziare che la responsabilità prevalente di ciò sta fuori dai SpI; essa dipende innanzitutto da chi ha la responsabilità dell’organizzazione delle policy e dalle parti sociali che invece dovrebbero essere interessate a sostenere una politica attiva del lavoro. Per dare significato ad una politica attiva occorrono servizi qualificati, con personale motivato, in rete, verificati nella loro operatività. La diatriba pubblico-privato è furviante: occorre sicuramente una infrastruttura pubblica di servizio, ma essa opera direttamente o per sussidiarietà intervengono nelle policy anche organizzazioni private. La tendenza presente nel nostro paese ad un astratto confronto per capire se funziona meglio il privato o pubblico non porta da nessuna parte.

La mancanza di una forte spinta per puntare decisamente sulle politiche attive e su servizi all’altezza verificatasi in questi anni si è associata ad uno spreco di risorse, spesso male utilizzate, distribuite in modo frammentato, senza un coordinamento ed una verifica effettiva dei risultati ottenuti.

A distanza di anni ragioniamo di quale debba essere il retroterra istituzionale dei servizi (province, comuni, aree metropolitane, regioni, governo centrale) e della loro ennesima riforma, ma credo che, senza sminuire il rilievo di queste decisioni, i problemi dei servizi siano in definitiva i problemi del funzionamento delle politiche del lavoro nella loro capacità di fornire un aiuto serio a persone e ad imprese. Questa loro capacità di funzionamento appare relativamente separata dalla definizione dell’assetto istituzionale e richiede di essere affrontata in quanto tale. Provo ad indicare alcune priorità:

  • agganciare tutto ciò che si muove sul piano dello sviluppo della produzione di beni e servizi a livello macro (programmi e macroprogetti) e a livello micro (progetti territoriali, progetti d’impresa) attraverso la connessione ed integrazione tra gli investimenti materiali e quelli in capitale umano.
  • aumentare l’efficacia degli interventi volti a migliorare l’occupabilità delle persone, l’inserimento lavorativo, il miglioramento della collocazione lavorativa nell’impresa. L’obiettivo di fondo di un progetto di politica del lavoro riguarda il miglioramento del funzionamento dell’impresa anche attraverso l’adeguamento delle capacità delle risorse umane inserite o da inserire. Questo approccio parte dalla convinzione che sia necessario introdurre elementi di discontinuità con una cultura che vede le persone come destinatarie delle politiche del lavoro ed i servizi alle persone come loro contenuto centrale senza considerare adeguatamente la necessità di costruire percorsi sensati attraverso il rapporto con le imprese. E’ necessario entrare nella logica che per lavorare con le persone è fondamentale lavorare con le imprese. Per lavorare con le aziende bisogna individuare innanzitutto quelle che investono e si sviluppano, riconoscendo uno spazio qualitativo adeguato alle risorse umane. Inoltre quando si attivano risorse soprattutto pubbliche per aiutare lo sviluppo, bisogna porre la contestualità dell’intervento sulle risorse umane.A chi investe o riceve risorse (FESR o altro) per investimenti materiali per lo sviluppo, le policy devono offrireulteriori risorse (FSE o altro) per servizi che ottimizzino il funzionamento delle risorse umane, nel quadro del progetto di sviluppo di impresa.
  • Mai più risorse non finalizzate.La crisi ha fatto emergere l’insostenibile situazione di molte persone disoccupate o ai margini dell’occupazione. L’iniziativa più consistente presa dall’Unione europea riguarda come sappiamo i giovani che in massa sono esclusi dal mercato o rischiano di esserlo, con tutte le implicazioni sociali, psicologiche, di cittadinanza che ciò comporta.L’elemento centrale dell’iniziativa va, implementato e sviluppato tecnicamente. Si usa infatti il termine “garanzia”, ma che cosa si vuole garantire ai giovani? Si vuole garantire uno sbocco con il mercato del lavoro. I giovani vogliono un rapporto con il mercato del lavoro che li metta in condizione di sviluppare un progetto personale di medio-lungo periodo. Questa ricerca di realizzazione personale può avvenire solo se si riesce ad avere un rapporto positivo, non casuale, non strumentale con l’impresa, cioè con l’organizzazione sociale che è in grado di utilizzare e di valorizzare le capacità e le competenze professionali delle persone. Quindi “garanzia” rappresenta una sfida per tutti, innanzitutto per le politiche e per i servizi che ne sono il braccio operativo. Il vero metro di buon funzionamento della garanzia è dato dal grado di finalizzazione all’occupazione delle iniziative proposte ai giovani. Anche se non si potrà garantire in tutti i casi uno sbocco occupazionale durevole, più alto sarà il grado di finalizzazione e maggiore sarà il successo dell’iniziativa per le persone, per le imprese, per i servizi e per le politiche. Bisogna alzare la qualità del funzionamento del sistema dei servizi azzerando gli sbocchi finti, ambigui, basati su un cattivo utilizzo del concetto di occupabilità nell’organizzazione degli interventi anche cercando una seria verifica dell’impatto delle policy attraverso l’azione di professionisti esterni ed indipendenti.

 

In conclusione bisogna sia in sede di programma (dove si danno regole e si definiscono indirizzi di carattere generale) sia in sede di progetto rivolto a persona e ad impresa lavorare per un più alto grado di finalizzazione.Alla luce di quanto detto emergono alcune indicazioni operative:

1) rinforzare strategicamente ed in modo consistente i servizi alle imprese da parte dei servizi al lavoro;

2) potenziare il rapporto in rete degli SpI, tra loro e con gli altri servizi siano essi pubblici o privati;

3) riconoscere formalmente negli standard, nelle competenze relative, nella strumentazione di supporto, un forte orientamento al lavoro dei servizi con le imprese e all’approccio al lavoro di rete;

4) una importanza fondamentale assumono le attività di carattere trasversale che aiutino i servizi a muoversi sulle priorità operative. Certamente vi è la necessità di adeguare le modalità operative e non solo il sistema informativo. Pensiamo alla valutazione dell’occupabilità, alla valutazione delle motivazioni personali, alle modalita di progettazione, di organizzazione e di monitoraggio di interventi integrati. E’ necessario dare la opportuna attenzione alle competenze professionali degli operatori ed al loro riconoscimento, come elemento fondante del miglioramento delle prestazioni dell’operatore e quindi delle policy. La qualità del servizio è data fondamentalmente dalla qualità professionale degli operatori che vi operano. La capacità di funzionamento delle policy è direttamente proporzionale alle capacità degli operatori. Pertanto occorre organizzare attività di sistema (policy di secondo livello) che ne rinforzino le motivazioni, adeguino e migliorino le competenze degli operatori e la strumentazione di cui si avvalgono;

5) qualunque sia l’esito del riassetto istituzionale e la distribuzione di competenze formali tra i diversi livelli di governo, bisogna spingere verso una governace efficace ricercata come valore e metro di misura delle politiche del lavoro.

 

E’ auspicabile che il contenuto operativo della riorganizzazione dei servizi sia tenuto adeguatamente in considerazione nella revisione normativa, nella riorganizzazione dei diversi livelli istituzionali e della loro governance. Ed è altrettanto importante che sia affrontato da subito senza farlo dipendere unicamente dal riassetto formale delle competenze istituzionali.

 

Concetto Maugeri

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