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Posts Tagged ‘Servizi per il lavoro’

30 anni.JPGNel maggio del 1988 ho iniziato a collaborare con l’agenzia regionale Lombardia Lavoro nata nella seconda metà degli anni 80 come le agenzie del Friuli, Trentino, Val d’Aosta e Sardegna. L’attività di Lombardia Lavoro è consistita nella sperimentazione di servizi che nei decenni successivi sono diventati abituali per i centri per l’impiego, i centri accreditati al lavoro, le agenzie di orientamento. Si sono sperimentati i primi job club rivolti a persone disoccupate, il servizio di incontro tra domanda e offerta di lavoro, i corsi di riqualificazione per cassaintegrati, servizi ai tempi sostanzialmente sconosciuti. C’era chi, come Stefano Morri, iniziava a ragionare sulle potenzialità delle persone disabili ritenendo che si dovesse spostare l’attenzione dalla considerazione dei limiti dovuti alla patologia, alla valutazione delle potenzialità della persona disabile, approccio assolutamente innovativo in quegli anni.

Queste attività nel corso del tempo si sono strutturate in servizi che dalla ristretta esperienza delle agenzie regionali si sono progressivamente estese, con tempi e modalità diverse, agli enti di formazione professionale, ai neonati centri per l’impiego e a iniziare dal 2000 ai cosiddetti enti accreditati.

Lombardia Lavoro e le altre agenzie regionali sono stati gli incubatori della sperimentazione di servizi finalizzati allo sviluppo dell’occupabilità di giovani e adulti non occupati ai tempi assolutamente sconosciuti nel nostro paese. Questi servizi che si sono progressivamente imposti nell’ambito delle politiche attive del lavoro.

Quindi tutto bene? Se riflettiamo su cosa succedeva trent’anni fa possiamo dire che rispetto alla logica assistenziale che dominava le relazioni industriali con il ricorso ad un unico strumento, la cassa integrazione straordinaria che le aziende di grande dimensione utilizzavano senza limiti, effettivamente le cose sono migliorate.

Le politiche del lavoro si sono evolute dal momento che si è progressivamente puntato alla presenza di servizi per supportare l’inserimento delle persone al lavoro sostenendo le fasce più svantaggiate e fornendo servizi per rendere più efficiente il funzionamento del mercato del lavoro.

Però è necessario fare mente locale sulle occasioni che non hanno avuto un’adeguata attenzione. Si tratta di servizi, come l’orientamento, che non sono stati sviluppati per le potenzialità che hanno evidenziato. Ma anche di approcci nella gestione delle attività: si è sottovalutata l’importanza della valutazione dell’efficacia dei servizi. E si è sottovalutato anche l’importanza dell’integrazione fra politiche che avrebbero potuto generare sinergie importanti. Vediamo da vicino di cosa si tratta.

Lo sviluppo di servizi orientativi finalizzati a migliorare l’occupabilità delle persone che passano dalla disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro è stato un obiettivo poco sviluppato, come viene rilevato anche nel recente Monitoraggio dei servizi per il lavoro effettuato dall’ANPAL. Tuttora è largamente prevalente l’idea che il servizio fondamentale per i centri per l’impiego sia costituito dall’incontro domanda-offerta eventualmente supportato da banche dati. L’assenza di una seria politica orientativa è legata all’idea che l’agenzia che prende in carico la persona senza lavoro debba necessariamente risolvere il problema individuando le opportunità del lavoro. Come se l’attivazione della persona non costituisse in molti casi una leva in grado di consentire all’utente dei servizi di trovarsi autonomamente una soluzione lavorativa. Sullo sfondo riemerge la logica assistenziale che delega al centro per l’impiego o ad altre agenzie la soluzione della mancanza di lavoro, con il risultato di non corresponsabilizzare l’utente e riducendo il cosiddetto patto di servizio ad un atto assolutamente adempitivo.

Un’altra questione che non ha riscosso adeguata attenzione è la valutazione degli esiti dei vari servizi. In generale la pubblica amministrazione fatica a organizzare momenti di valutazione funzionale e non burocratica dell’efficacia dei servizi perché è complicato individuare i criteri di questa valutazione. Si assiste in questo modo alla chiusura di esperienze com’è avvenuto nel caso di Lombardia Lavoro, senza che l’efficacia dei servizi erogati sia stata adeguatamente valutata. Lo stesso approccio si è ripetuto sul cosiddetto capitolo 908 pochi anni più tardi. Il tema non è una prerogativa lombarda, ma può tranquillamente estendersi all’intero territorio nazionale.

Fra le opportunità non adeguatamente sviluppate c’è una mancata riflessione sull’importanza dell’integrazione tra politiche che operano in sistemi diversi.

Questa lacuna storica emerge in modo significativo negli ambiti in cui utenze molto particolari come le persone con disabilità e in situazione di svantaggio socio economico richiedono la gestione di servizi per l’inserimento nel mercato del lavoro con modalità che implicano l’integrazione fra operatori del lavoro e del sociale. Dispositivi come il reddito di inclusione (REI) e le ipotesi riguardante il reddito di cittadinanza implicano una collaborazione fra operatori dei centri per l’impiego e dei servizi  sociali. Questo ritardo è anomalo dal momento che sono presenti molte esperienze legate all’applicazione della norma relativa all’inserimento delle persone disabili in azienda: la legge 68 del ‘99. In molti territori si stanno sperimentando ormai da tempo reti di collaborazione tra operatori dei CpI, degli enti accreditati, dei servizi sociali e della cooperazione sociale. Emerge però una ripetuta difficoltà a consolidare questi progetti sperimentali favorendone l’evoluzione in servizi istituzionalizzati gestiti dalla pubblica amministrazione in collaborazione con il privato e la cooperazione sociale.

Una ulteriore riflessione legata alle difficoltà di integrazione fra le diverse politiche riguarda il rapporto tra chi si occupa di servizi per il lavoro e chi governa i servizi per lo sviluppo economico. Logica vorrebbe che le amministrazioni che hanno una delega a favorire lo sviluppo di servizi per il lavoro dialogassero con chi opera per lo sviluppo economico dei territori. Le politiche di sviluppo tendono a premiare nicchie di mercato del lavoro che esprimono dinamicità, sono in fase di crescita e quindi generano occupazione. A volte succede anche che le potenzialità di questi settori vengano limitate dalla difficoltà a reperire figure professionali nel mercato del lavoro come segnala De Vico con una certa ricorrenza dalle pagine del Corriere della Sera. Nel nostro paese non esiste alcuna tradizione di dialogo tra queste due politiche eppure sarebbe molto importante che chi finanzia lo sviluppo di imprese destinate a generare occupazione si preoccupasse di dare indicazioni a chi fornisce servizi nell’ambito dell’istruzione, della formazione professionale e dei servizi per il lavoro.

Come vediamo in questi trent’anni si è fatta molta strada, le politiche attive del lavoro si sono affermate così come i servizi per l’impiego. Inoltre si sono messe a fuoco alcune lacune su cui sarà importante nel prossimo futuro favorire nuove visioni. La nascita di servizi basati su una logica di integrazione fra operatori che appartengono a sistemi diversi – il sociale, il lavoro e lo sviluppo economico – sarà un banco su cui valutare l’efficacia dei servizi.

Inoltre sarà necessario concepire un nuovo linguaggio per le politiche attive che consenta una comunicazione più efficace con l’opinione pubblica il cui coinvolgimento costituisce un passaggio evolutivo significativo per il consolidamento di una cultura orientata all’utilizzo di servizi irrinunciabili in una società in cui il lavoro stabile è ormai al tramonto.

Sergio Bevilacqua

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decalcomaniaSiamo abituati a pensare che la disoccupazione abbia solo un volto: quello delle persone costrette a cambiare drasticamente il proprio tenore di vita. Praticamente il disoccupato che ci viene proposto dai media somiglia molto a chi si trova nell’anticamera della povertà.

E invece nella maggior parte dei casi la disoccupazione assume tanti altri volti che è utile esaminare. In questo ci aiuta una bellissima intervista uscita sul numero di dicembre-gennaio di Una Città. La protagonista,  dirigente di una multinazionale, riceve una inaspettata convocazione in cui le viene consegnata una lettera di licenziamento che si conclude  con un drammatico “you are made redundant” .

Cosa succede a questo punto? Cosa succede quando una persona capisce che per lei non c’è più niente da fare perché da quel preciso momento è fuori dall’azienda, dal suo contesto lavorativo, dalle relazioni che ha stabilito negli anni?

Francesca, la dirigente intervistata risponde punto per punto. E specifica senza mezze misure che la perdita del lavoro equivale alla perdita dell’identità perché “anche se cerchi di sdrammatizzare, di dire che c’è altro, resta il fatto che quel lavoro era per te un pezzo significativo della tua vita”.

Cosa prova una persona che aveva dedicato tempo, motivazione al proprio lavoro? “Ti senti svuotata dalle energie . . . ci ho messo un bel po’ a scrivere il mio curriculum . . . mi sono proprio dovuta legare ad una sedia . . . e poi ripercorrere la mia storia è stata una cosa che mi ha fatto star male”.

Francesca spiega molto bene cosa vuol dire scoraggiarsi “Ho vissuto come una sconfitta il fatto che nessuno mi avesse cercato per offrirmi un lavoro”. La cosa in realtà  è paradossale, dice Francesca, perché in quel periodo di tempo “io non avevo chiamato nessuno” anche perché “ho passato un certo tempo paralizzata a guardare il soffitto”.

Emozioni dolorose, senso di sconfitta, messa in discussione di una identità fortemente legata al proprio ruolo professionale. Vale per Francesca giovane dirigente molto appassionata del proprio lavoro, ma può valere anche per un impiegato che si trova bene con i propri colleghi, per un operaio che ha vissuto da sempre in quella fabbrica che adesso chiude.  Ma perché dirsi tutte queste cose?

Per ricordarci che la disoccupazione non è solo mancanza di reddito. Certo è anche quello ma è anche disorientamento, difficoltà a ritrovare se stessi. E quindi la disoccupazione si batte anche con la ricostruzione dell’autostima .

Chi ha a cuore le politiche attive del lavoro ha la grande occasione, in uno scenario così complesso, per affermare l’importanza dei servizi che aiutano le persone a costruire un nuovo progetto e una nuova identità professionale

Sergio

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La fonte è l’Osservatorio CIG della CGIL. CIG sta per cassaintegrazione, una forma di assistenza per chi rimane a casa dal posto di lavoro, che garantisce l’80% dello stipendio. E’ una formula tutta italiana che consente di tamponare le crisi, come quella drammatica che stiamo vivendo. I dati lasciano senza parole: nel 2007 prima della crisi le ore di CIG utilizzate nel nostro paese sono state 183 milioni. Nel 2010 un miliardo in più, esattamente 1.203.638.249 che hanno coinvolto più di mezzo milione di persone.
A queste bisogna aggiungere anche chi non ha la copertura economica della CIG, ovvero più di 2 milioni di persone. E a voler guardare bene nelle pieghe del mercato del lavoro ci sono anche le persone che rinunciano a cercare un lavoro, i cosiddetti “scoraggiati”.
Chi lavora nei servizi per l’impiego sa bene cos’è il fenomeno dello scoraggiamento e noi di SLO ne abbiamo parlato qui per chiarire che riguarda non solo operai e impiegati ma anche i dirigenti.
Quello che colpisce è l’indifferenza che sembra regnare nelle politiche del lavoro. Gli articoli dei giornali che parlano di questi terribili numeri sollevano clamore per qualche giorno e poi basta. Riprenderemo a parlarne in occasione di qualche fatto clamoroso: la chiusura di qualche fabbrica di una certa importanza, la salita sui tetti da parte degli operai disperati.
Manca però la voglia di ripensare alle politiche del lavoro, insomma si fa fatica a valutare la loro efficacia. Vorrei segnalare l’articolo di Concetto Maugeri che per anni ha gestito in Regione Piemonte le politiche del lavoro e ha dato un contributo sul tema valutazione. Uno dei pochi, contributi sul tema. Davvero troppo pochi.
Forse il 2011 è l’anno in cui rilanciare il tema a partire dall’efficienza dei servizi per l’impiego, dalla capacità delle organizzazioni che si occupano di favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, si occupano di orientamento, di formazione. Il problema è fornire risposte efficaci a quel mezzo milione di persone in CIG, a quei 2 milioni in cerca di lavoro a quegli scoraggiati che corrono il rischio di rimanere invisibili. E’ necessario uno scossone, tutti dobbiamo sentirci coinvolti.
Noi di SLO ci impegniamo a ritornare sul tema, ci piacerebbe trovarci in compagnia di tanti operatori, colleghi professionisti, fondazioni, associazioni sindacali e imprenditoriali.

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Il lavoro per le persone svantaggiate e disabili è un diritto o un gesto di beneficenza? A Vercelli pensano che sia un diritto, ed è per questo che il Servizio lavoro della Provincia ha realizzato il progetto Vercellinrete, con l’obiettivo di ‘attivare’ la rete di attori e di opportunità in grado di offrire lavoro anche alle persone che hanno normalmente meno possibilità di accedere al famigerato mercato del lavoro. Che cosa è emerso dal progetto di Vercelli? Alcune buone regole che sarebbe utile applicare in questi casi

  • coinvolgimento degli attori delle politiche territoriali (enti locali, aziende, terzo settore) in una progettazione finalizzata ad una partecipazione attiva e non adempitiva: ovvero “vogliamo ottenere risultati, non fare finta facendoci belli…”
  • attenzione ai bisogni degli stakeholder per individuare soluzioni innovative che consentano la definizione di politiche capaci di fornire le risposte sia ai bisogni dell’utenza che a quelli delle organizzazioni coinvolte: in soldoni, non si tratta di fare beneficenza, ma di ottenere un vantaggio reciproco!
  • integrazione fra settori che tradizionalmente non dialogano: in Italia disabili e svantaggiati scontano la mancata integrazione tra le politiche del lavoro e le politiche sociali; a Vercelli si è cercato di lavorare in modo sinergico, in modo da offrire soluzioni integrate tra servizi del lavoro e servizi sociali
  • animazione della rete promuovendo la collaborazione e l’integrazione fra i partner progettando insieme le procedure e cercando di risolvere insieme difficoltà organizzative, vincoli tecnici, differenti approcci alla gestione degli inserimenti lavorativi
  • monitoraggio e valutazione qualitativa e non adempitiva dei progetti vedere che cosa ha funzionato e che cosa no, evitando di farsi schiacciare dai vincoli procedurali e rendicontativi di stampo prettamente burocratico

Una descrizione più approfondita del progetto qui

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