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Posts Tagged ‘valutazione’

 Accorpamento, riordino, riduzione? La scelta della definizione del processo cui stiamo assistendo è secondaria. Ben più importante è capire la natura del fenomeno che dovrà essere gestito dal momento che sta per prendere il via uno dei più rilevanti processi di aggregazione tra organizzazioni della pubblica amministrazione.

Migliaia di persone dovranno ridefinire le proprie modalità di lavoro, centinaia di responsabili dovranno rivedere le procedure che regolano le attività, i responsabili dell’organizzazione dovranno ridefinire i parametri di erogazione dei servizi, quelli delle risorse umane dovranno impostare nuove modalità di gestione del lavoro del personale. Insomma un colossale lavoro per gestire l’integrazione fra diverse organizzazioni.

Per ora di tutto ciò non si parla e sui media si leggono solo commenti più o meno acidi nei confronti dell’ente provincia, quasi fosse la causa del deficit nazionale. Scarsa è invece l’attenzione sulle competenze da riordinare, gli standard di qualità individuati. Temi che corrono il rischio come in passato di rimanere confinati ad un ristrettissima cerchia di esperti. Si fatica ad immaginare di condividere i temi all’ordine del giorno valorizzando le riflessioni dei tecnici che quotidianamente si trovano ad operare all’interno delle strutture provinciali.

Ma il primo passo dal quale partire qual’è? Sicuramente uno è già stato avviato: la valutazione.

Nel momento in cui, su indicazione del Governo, si è avviato il processo di aggregazione, simultaneamente si è inaugurato un parallelo processo di valutazione.

Di cosa? Per ora delle convenienze legate alla dimensione territoriale. Valutazioni prevalentemente politiche in cui la dimensione tecnica è ancora largamente sottorappresentata.

Sarà decisamente diverso fra poco, quando si tratterà di dar vita al processo di aggregazione di diversi organismi: più province che devono integrarsi in un unico corpo oppure ambiti provinciali che si aggregano a quelli comunali nell’ambito di organismi metropolitani. In questo caso la valutazione dovrà rispondere a quesiti di natura tecnica? “Chi mi assicura che la gestione dei questi temi sarà la più efficace? . . . si conterranno i problemi? . . . si risolveranno le differenze presenti fra il personale che proviene da una provincia e da un comune? . . . . si troveranno gli accordi sindacali per evitare conflitti?”

Ai quesiti sarà obbligatorio trovare le risposte più indicate e per farlo si dovrà avviare un processo di valutazione in cui si cercherà di individuare il dirigente maggiormente in grado di rispondere alle attese, il gruppo di lavoro capace di trovare le soluzioni tecniche più opportune, le procedure che rispondo maggiormente alle esigenze determinatesi in seguito alla nuova situazione.

Di solito questi processi si fanno e basta, non si perde tempo a definirli perché si reputa che sia tempo perso o un’esercitazione intellettualistica poco funzionale tipica dei consulenti. In questo particolare frangente potrebbe essere utile provare a definire quali gradini vanno percorsi per tenere insieme nuove forme organizzative. Perché solo comprendendo cosa sta avvenendo ci si dota delle strumentazioni funzionali alla scadenza: gruppi di lavoro interprovinciali per dar vita a sistemi che  valutino le procedure più funzionali, le formule organizzative più efficaci.

A differenza della storia organizzativa della pubblica amministrazione italiana cui siamo abituati è necessario introdurre alcune novità. Innanzitutto pensare che la norma non è sufficiente a risolvere le questioni legate ai nuovi scenari. E poi le modalità di lavoro gerarchiche non sono più sufficienti a trovare soluzioni adeguate. Il coinvolgimento dei funzionari e degli operatori è necessario per affrontare il complicatissimo groviglio dell’integrazione.

Chiarezza e consapevolezza facilitano la gestione dei processi e danno garanzie che le soluzioni individuate siano adeguate alle scadenze che si stanno avvicinando. Cominciamo quindi a valutare ma facciamolo con il piede giusto. Conviene a tutti.

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Sul blog del Corriere della Sera – La nuvola de lavoro, Roberto Rotondo racconta la drammatica esperienza di alcuni industriali che hanno deciso a seguito del suicidio di alcuni colleghi, di dar vista ad un’associazione per sostenere gli imprenditori in difficoltà economiche (www.impresecheresistono.org).

Era ora che si infrangesse un lungo tabù tipico del nostro paese. Dei problemi sul lavoro è sempre meglio non parlarne pubblicamente, i panni sporchi si devono lavare in famiglia. Dimenticando tante cose. La “lezione americana” che ben ci ha spiegato Calabresi in varie occasioni: è importante che le persone si attivino per elaborare il proprio progetto professionale. Quella italiana, anzi pratese di cui ci ha parlato Edoardo Nesi nel suo libro (di cui parliamo nel post del 28 agosto 2011). E forse dobbiamo attivare la nostra memoria storica e ricordarci dei 150 suicidi (150!) nella Torino della Fiat degli anni 80 con il suo drammatico ricorso alla cassaintegrazione a zero ore. E le riflessioni iniziate allora sul legame tra privazione del lavoro e depressione nella persona adulta. Forse dobbiamo riflettere sulla crisi dei manager che non escono per molti mesi da casa quando perdono il lavoro di cui abbiamo scritto sulla rivista dei consulenti di management http://www.slosrl.it/upload/file/Meta%20Manager%20diventa%20consulente.pdf

Sembra però che in Italia nessuno voglia assumersi la responsabilità di interventi di lungo periodo, di qualità, capaci di supportare chi si trova senza lavoro o senza commesse, senza ordini, con clienti che magari vorrebbero anche acquistare il servizio ma non ce la fanno.

Siamo destinati a risposte episodiche, casuali e legate alla buona volontà dei singoli. Politiche del lavoro solide nei confronti delle persone espulse dal mercato del lavoro, come accade in buona parte dell’Europa, fanno fatica a maturare e crescere. Forse uno dei tanti motivi del nostro declassamento sta anche in questa visione che fa dire a qualche importante sindacalista “La disoccupazione non si combatte con i bilanci di competenze”. La disoccupazione certamente no, ma la depressione e la possibilità di attivare la persona nello sviluppo di progetti professionali innovativi certamente passa di lì.

Una proposta molto semplice: cominciamo a valutare subito le politiche del lavoro che sono state condotte forse dispendiosamente fin qui e traiamo qualche conclusione.

Ma che la valutazione sia pubblica e trasparente!

 Sergio

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