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Posts Tagged ‘welfare generativo’

Immagine21Che fine faranno i centri per l’impiego (CpI)? Da chi dipenderà il personale ora in carico alle province? Che competenze avrà l’Agenzia nazionale? E che dispositivo organizzativo verrà adottato? E infine: quali saranno i tempi di questa operazione?
Stiamo assistendo ad una significativa riorganizzazione istituzionale (province) e del sistema dei servizi pubblici per il lavoro, cioè di una infrastruttura fondamentale  per un paese moderno, e gli interrogativi che abbiamo elencato non trovano ad oggi molte risposte. Non emergono pubblicamente né le decisioni che dovrebbero essere assunte nè le indicazioni che dovrebbero orientare il processo decisionale.
Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro si è concentrato sugli aspetti contrattualistici e normativi con una insistenza quantomeno inquietante per le inevitabili sovrapposizioni di norme emanate sugli stessi argomenti a distanza di pochi mesi. Le politiche del lavoro e la loro riorganizzazione sono state affidate in sostanza ai cambiamenti elaborati all’interno degli istituti e delle convenienze economiche, quindi sugli incentivi. Mentre rimane immutata la difficoltà a integrare la programmazione con gli interventi sul territorio, le politiche del lavoro con le politiche dello sviluppo.
Migliaia di operatori dei CpI, del settore lavoro delle province, del collocamento mirato dei disabili sono abbandonati  senza alcuna forma di coinvolgimento, senza informazioni sulle prospettive del loro lavoro e del servizio in cui attualmente operano. Ma nel frattempo questi operatori devono, nonostante tutto, fronteggiare la pressione in crescita da parte dell’utenza.
Se si prestasse attenzione alle esigenze delle persone e delle imprese nei territori emergerebbe inevitabilmente una maggiore attenzione nei confronti del “capitale umano” presente nei servizi per l’impiego, cioè verso quel patrimonio costituito dalle competenze e dalle esperienze degli operatori dei servizi. La riorganizzazione dei servizi è prevista dal Jobs act ma per ora non emergono prese di posizione pubbliche o testi di riferimento per l’attuazione della legge.
Su una partita così delicata sarebbe utile che il processo di radicale cambiamento dei servizi procedesse coinvolgendo sistematicamente chi opera sul campo. Sarebbe utile avviare una valutazione sistematica dei diversi modelli di gestione dei servizi mantenendo un’informazione per coinvolgere il personale, motivandolo al cambiamento e non lasciandolo in balia di cambiamenti percepiti come verticistici. Nelle riorganizzazioni il primo riferimento per mantenere il collegamento tra vertice e base, tra centro e periferie è alimentare una continua comunicazione sullo stato delle decisioni che si stanno profilando.
In questo scenario ci sembra che la transizione venga giocata esclusivamente sugli aspetti normativi ed istituzionali. Effettivamente nella riorganizzazione sono coinvolte una pluralità di istituzioni: governo centrale, regioni, province e le neonate aree metropolitane e questa pluralità di attori accresce la complessità della riorganizzazione.
Mentre tutte le attenzioni sono legate a definire in quale contesto istituzionale andranno a finire CpI e strutture provinciali, rimangono in ombra in modo drammatico gli aspetti funzionali dei servizi del lavoro, che operano e devono continuare ad operare, qualunque sia l’assetto istituzionale, come servizi territoriali “di prossimità” e di politica attiva del lavoro. Bisogna pensare a quali bisogni devono rispondere i servizi per l’impiego, quali processi devono gestire, come far fronte alla crisi del welfare e quindi alla riduzione significativa delle risorse mentre il problema disoccupazione invece continua a crescere.
Sembra emergere l’illusione di poter elaborare un progetto sulle politiche del lavoro senza partire dalle esigenze dei principali attori coinvolti: disoccupati e aziende, offerta di lavoro e domanda. Se non partiamo dai loro bisogni  e non ne facciamo il vero motore e metro di valutazione del funzionamento dei servizi si rischia di dare vita a dispositivi che riproducano gli errori del passato, disperdendo preziosissime risorse economiche e progettuali. Si poteva e si può ancora adesso operare diversamente.
Uno dei motivi delle gravi difficoltà delle policies e dei servizi è la macchinosità delle procedure che richiedono la gestione di un’ingombrante documentazione amministrativa. Forse è venuto il momento di snellire drasticamente i processi affidando questa attività a chi si occupa della loro razionalizzazione. L’efficienza passa anche dal fatto che monitoraggio e rendicontazioni amministrative, per necessari che siano, non divorino le risorse che potrebbero essere destinate all’utenza
In un periodo in cui le risorse pubbliche si riducono non si può pensare che le politiche attive del lavoro non debbano fare i conti con questo scenario. Nelle politiche sociali che dipendono dallo stesso ministero da cui dipende il lavoro, si sta diffondendo l’idea del welfare generativo, in cui l’utenza è chiamata a partecipare attivamente a percorsi di sviluppo diventandone protagonista. Uscendo da logiche assistenziali che ancora oggi prevalgono spesso nelle politiche del lavoro. Anche questa  affinità nei paradigmi delle politiche del lavoro e del sociale dovrebbe essere colta come una opportunità nella riorganizzazione dei due sistemi.
Questo approccio implica che gli operatori dei servizi sociali dialoghino con quelli del lavoro, che si  individuino percorsi di collaborazione come già avviene nel casi dell’inserimento lavorativo delle persone disabili, servizio che costituisce una cerniera fra politiche del lavoro e sociali-
Nello spirito dell’integrazione ogni sperimentazione è utile a fare avanzare un modo di lavorare concretamente cooperativo che nel nostro paese fatica a svilupparsi. E gli operatori possono contribuire a costruire contenuti e riferimenti che mancano, ritrovando un ambito di protagonismo che la riorganizzazione dei servizi per il lavoro ha sin qui penalizzato.
Pensiamo sia importante che le risorse umane impegnate nei servizi per il lavoro non rimangano confinate nell’angolo delle elucubrazioni sul futuro che li riguarda e che possano trovare un ruolo che le veda partecipi della riorganizzazione dei servizi. La possibilità di impostare la riorganizzazione dei servizi e delle politiche  partendo dai contenuti dipende anche dalla capacità di ritrovare gli spazi di un proprio protagonismo.
Sergio Bevilacqua e Concetto Maugeri

Concetto Maugeri è progettista esperto e consulente nell’ambito delle politiche del lavoro e dello sviluppo locale

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Immaginepost24.10Il 23 ottobre il consorzio di servizi sociali Comuni Insieme di Bollate (Milano) ha organizzato un convegno “Dialoghi di futuro” per festeggiare i suoi 10 anni nella cornice della Fabbrica Borroni. Il post intende riportare i contenuti emersi nella giornata. La foto ritrae il lavoro della story teller Alessandra Nigro che ha illustrato i temi emersi dal dibattito della mattina.

Servizi sociali capaci di intercettare nuovi bisogni di nuove utenze che marciano dritte verso la povertà. Capaci di dialogare con chi si occupa di politiche del lavoro e magari anche di politiche dello sviluppo. Ma per fare questo è necessario modificare l’impianto tradizionale prevedendo nuovi servizi attività basati su un “patto” rivolto alle persone che li utilizzeranno. Prevede inoltre una partecipazione attiva dell’utenza, molto lontana dall’ottica assistenziale cui siamo abituati. Ed è necessario modificare il rapporto con i partner tradizionali: volontariato, cooperazione sociale e anche il mondo profit, le aziende cui proporre nuove forme di collaborazione.

Insomma una visione assolutamente nuova delle politiche e dei servizi sociali. Questo emerge dal convegno “Dialoghi di futuro” organizzato Comuni Insieme. Una raffica di interventi: Achille Orsenigo dello Studio APS di Milano, Gino Mazzoli dello studio Praxis di Reggio Emilia e Francesco Longo del Cergas – Bocconi di Milano hanno sparato a raffica contro un passato che stenta a lasciare spazio ai cambiamenti necessari se non addirittura inevitabili. Perché il concetto di crisi è troppo spesso legato al concetto di fine, di perdita.

Sul che fare le proposte sono state tantissime: intanto partire dal potere che ogni persona, funzione, struttura organizzativa ha a disposizione senza delegare ad un livello superiore, ad un’entità altra. Il cambiamento può essere avviato da subito. Da organizzazioni che sanno sostenere la dinamicità, l’assunzione di responsabilità dei propri operatori e sono capaci di ridefinire i propri confini evitando la chiusura a riccio tutta difensiva nei confronti del nuovo. Da questo punto di vista la sola logica della resilienza può non essere utile se non è accompagnata da altri approcci: al nuovo, alla condivisione.

Il cambiamento è profondamente legato alla capacità delle persone di attivarsi e l’atteggiamento positivo, di disponibilità si avvantaggia di un elemento fondamentale: il principio del piacere. Parola che suona strana in mezzo a vocaboli cui la quotidianità ci ha abituato: spread, pareggio di bilancio, deficit, PIL. Eppure, dice Orsenigo, il cambiamento non è necessariamente una condanna anzi al contrario può liberare energie. Da intercettare e utilizzare

Mazzoli sottolinea l’importanza di pensare ai cittadini come possibili partner, capaci quindi di generare risorse. La grande scommessa è legata alla capacità delle organizzazioni che operano nel sociale di mobilitare emozioni e quindi energie per ricostruire il “plancton sociale”.

Longo implacabilmente ha elencato casi di servizi che nella difficoltà a fare i conti con il cambiamento (di utenze, di approccio) finiscono per lavorare soprattutto alla propria sussistenza. Quello diventa il vero indicibile obiettivo.

L’assessore ai servizi sociali del Comune di Senago, De Ponti ipotizza la necessità di un nuovo New Deal nelle politiche sociali che passi attraverso un’alleanza tra i tecnici che operano nei servizi e i politici che gestiscono la governance e devono fare i conti con la drastica riduzione dei fondi per il welfare.

Le riflessioni sono state poi accompagnate da workshop in cui è stato presentato lo stato dell’arte dei vari servizi che il consorzio Comuni Insieme gestisce. Una giornata di riflessione sui nuovi scenari del welfare che stanno emergendo ed è il caso di cogliere. Perché la crisi lo impone. Le proposte cominciano ad emergere: si tratta di nuovi quadri concettuali, ma anche di nuove linee di finanziamento (il bando “Welfare in azione” della Fondazione Cariplo) e di nuovi servizi. A dimostrare che il cambiamento non è necessariamente una condanna e può essere anche un piacere.

Sergio Bevilacqua

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