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Posts Tagged ‘centri per l’impiego’

Immagine assegno ricollocStanno arrivando i primi risultati relativi all’assegno di ricollocazione, sulle 30mila lettere inviate nella sperimentazione dell’assegno ben poche sono le risposte da parte dei destinatari. Inevitabile l’avvio dei ragionamenti sull’efficacia del dispositivo. Claudio Negro – profondo conoscitore delle politiche del lavoro lombarde – segnala alcuni punti di attenzione che sarebbe utile introdurre in tempi molto brevi. E lo stesso fa Luigi Olivieri, che ragiona tra l’altro sulla modalità di gestione della condizionalità. Se le basse adesioni al dispositivo verranno confermate, sarà necessario valutare rapidamente gli esiti e provvedere con una nuova progettazione, come d’altra parte sta accadendo con un altro dispositivo molto significativo, nell’ambito delle politiche sociali: il sostegno all’inclusione attiva.

Vorrei proporre un approccio al tema posto dall’assegno di ricollocazione che prende spunto dall’esperienza lombarda dal momento che la Regione Lombardia, anticipando la logica dell’assegno di ricollocazione, ha avviato quasi 4 anni fa un modello di politiche attive basato sullo strumento dei voucher (la cosiddetta DUL, Dote Unica Lavoro) che finanzia un’offerta di servizi rivolti alle persone senza lavoro erogata da centri per l’impiego ed agenzie accreditate al lavoro. Il modello prevede che i servizi di presa in carico e orientamento vengano finanziati “a processo” (come si usa dire) mentre quelli di scouting ed incontro tra domanda e offerta vengano remunerati “a risultato”: http://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/23127131001_dlu_accom.pdf.
In sostanza, se l’agenzia favorisce il collocamento della persona che ha preso in carico ottiene una “premialità”. Se un’agenzia prende in carico e colloca una donna, over 50, senza diploma, da più di un anno fuori dal mercato del lavoro (fascia ad alta intensità di aiuto) avrà una premialità maggiore rispetto alla presa in carico di una persona giovane, diplomata, con pochi mesi di disoccupazione (fascia a bassa intensità d’aiuto): 1835 euro nel primo caso, contro i 567 del secondo. Approccio molto logico e razionale.

È anche efficiente? Per rispondere a questa domanda è necessario addentrarsi in alcuni aspetti tecnici. Il modello della Dote genera dal punto di vista organizzativo una elevata richiesta di documentazione amministrativa. Alcuni operatori accreditati segnalano che l’attività di rendicontazione richiesta supera per monte ore, l’attività erogata all’utente. Questo indicatore andrà monitorato con grande attenzione perché una delle storiche critiche alla scarsa efficienza dei CpI è legata al fatto che da erogatori di servizi rivolti a persone ed aziende si sono trasformati in organismi amministrativi che hanno dedicato scarsa attenzione e tempo alla gestione dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2014/09/01/centri-per-limpiego-e-una-questione-di-efficacia-ed-efficienza/. Inoltre sarebbe interessante verificare se enti accreditati e servizi per l’impiego siano stati sollecitati a dotarsi di un sistema autonomo di controllo dei costi in modo da avere la consapevolezza del costo del servizio erogato, indipendentemente dalla documentazione richiesta dalla Regione. In caso contrario l’impegno amministrativo si ridurrebbe alla gestione delle procedure per conto del committente finanziatore, indicatore che segnala il livello di indipendenza economica di questi enti.

C’è poi da chiedersi se il modello è efficace. I numeri relativi al collocamento delle persone prese in carico sono significativi: “Il numero di destinatari avviati al lavoro attraverso la DUL è di 30.812 (nel periodo 2013-’15) che corrisponde circa al 63% delle Doti assegnate” sostengono Francesco Giubileo e Simone Cerlini – https://lavoroeimpresa.com/2015/03/27/dote-unica-lavoro-dalla-regione-lombardia-un-esempio-di-innovazione-da-seguire/. Dato assolutamente significativo tanto più se confrontato con i dati che stanno emergendo dall’avvio della sperimentazione relativa all’assegno di ricollocazione.

È interessante notare il profilo delle persone prese in carico: “Il 67% del campione risulta avere come titolo di studio un diploma. Inoltre il campione è prevalentemente giovane: il 51% ha meno di 34 anni e, in generale, più del 75% dei destinatari è un under 45; infine, si tratta prevalentemente di disoccupati (più del 70%). In altre parole, l’idealtipo della Dote Unica del lavoro è un giovane Under 45, disoccupato, con un titolo di studio medio-alto (laurea o diploma)”. Questo porta gli autori del post citato a segnalare un punto di attenzione: “E’ necessario evitare che alcuni enti accreditati respingano soggetti molto lontani dal mercato del lavoro, come i disoccupati di lungo periodo Over 55’”. Tema ripreso l’anno successivo da Stefano Zanaboni: “Questo fenomeno, noto come “creaming”, benché sia esplicitamente vietato dalle normative vigenti (…), è purtroppo riscontrabile nelle aree in cui le regioni hanno impostato con la logica della remunerazione a risultato il proprio sistema di servizi al lavoro, sia che ciò riguardi i soli operatori privati come in Lazio, sia che coinvolga anche gli operatori pubblici come in Lombardia” – http://www.workmag.it/2016/09/servizi-per-il-lavoro-come-remunerare-senza-discriminare/.

Quali conclusioni trarre da queste riflessioni? Ben vengano le sperimentazioni come quelle dell’assegno di ricollocazione perché introducono l’idea che un nuovo servizio deve essere valutato prima di essere esteso a tutto il territorio. Peraltro l’innovazione introduce un confronto con un nuovo modo di gestire i servizi per il lavoro. Ben venga l’idea di premiare chi produce risultati, sistema introdotto dalla Dote lombarda, perché risulta uno stimolo alla produttività dei servizi soprattutto in un settore che storicamente si è “seduto” nella gestione dei servizi e ha avuto difficoltà a consolidare le sperimentazioni passate (job club, bilancio di competenze…) in una logica di miglioramento dell’offerta dei servizi. In questo contesto diviene estremamente importante la modalità di valutazione che verrà utilizzata per verificare l’efficacia dell’assegno di ricollocazione. Nel caso della Dote la Regione Lombardia ha adottato questi criteri:

  • tasso di successo inteso come capacità, da parte degli operatori, di far raggiungere ai destinatari dell’intervento il miglior risultato occupazionale;
  • soddisfazione dei destinatari dell’intervento, misurabile attraverso indagini di customer satisfaction.

A questi criteri va poi affiancata la verifica dei dati amministrativi citati in precedenza. Evidentemente, se le politiche alla base dell’assegno di ricollocazione spingono ad una presa in carico di “utenze difficili”, cioè persone da tempo espulse dal mercato del lavoro, con un’età elevata, un basso titolo di studio e con professionalità difficilmente ricollocabili, allora è necessario ampliare i criteri di valutazione attualmente utilizzati in Lombardia, integrandoli con un’attenta analisi dell’utenza presa in carico. Sarebbe inoltre importante utilizzare tecniche qualitative innovative, come quelle cui ricorrono le società che intendono valutare l’efficacia dei propri servizi commerciali (mistery client), tese a verificare le modalità utilizzate dagli operatori degli enti accreditati per verificare eventuali “forme di scoraggiamento” degli utenti, visto il senso del richiamo della dirigente dell’Agenzia del Lavoro di Trento: http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/11/news/storia-di-antonella-l-unica-dirigente-che-applica-le-sanzioni-1.280201.

In conclusione, una questione di metodo: sarebbe utile che la sperimentazione dell’ANPAL, superata la fase di avvio, portasse con sé, già in fase di valutazione del nuovo dispositivo, uno spirito diverso nella gestione dei servizi. A lungo, in vista della nascita dell’ANPAL, si è assistito ad un dibattito acceso e poco costruttivo su quale fosse il modello migliore, quello pubblico o quello orientato al privato. Sarebbe utile risolvere una volta per tutte questa discussione con un approccio estremamente pragmatico cioè orientato ai “clienti” delle politiche attive del lavoro. Parola chiave che si sente sempre troppo poco nel dibattito sul futuro delle politiche attive e scompare addirittura nella gestione dell’assegno di ricollocazione. I clienti sono le persone, quindi i disoccupati con i loro bisogni variegati e le aziende, che non sono solo dispensatori di posti di lavoro come ci si ostina a pensare, ma evidenziano richieste, bisogni che è necessario prendere in considerazione. Sicuramente il modo migliore per rispondere ai bisogni di entrambi è un cambio radicale di passo. Si tratta di uscire dalle risposte che il singolo ente, pubblico o privato, è in grado ad oggi di fornire, spesso assolutamente inadeguate alle richieste di disoccupati e aziende, come evidenziano spietatamente i dati relativi agli esiti delle persone che trovano lavoro in Italia (insieme mediano il 9% dei contratti, secondo l’ISFOL). Sarebbe utile, invece, costruire una logica di sistema che valorizzi le esperienze gestite da province virtuose per quanto riguarda i servizi rivolti ai disoccupati disabili. Tema che tende ad essere dimenticato dalle politiche attive del lavoro. In questi casi la collaborazione fra pubblico e privato esiste, non è conflittuale, favorisce l’integrazione dei servizi offerti dai singoli enti. E inoltre sviluppa un forte orientamento ai bisogni dell’azienda migliorando nel tempo la qualità dell’offerta dei servizi: https://slosrl.wordpress.com/2016/05/16/quando-un-sistema-acquista-consapevolezza/.

Si registra quindi ancora un ampio margine di sviluppo dei servizi nell’ambito delle politiche attive, serve un deciso orientamento alla promozione del “miglioramento continuo” da parte del pubblico e anche da parte del privato. L’idea di sistemi di governance e di modelli che rimangono intatti appartiene ad un passato in cui la percentuale del PIL è destinata ad incrementi di pochi decimali grazie alla scarsa efficienza del sistema dei servizi al lavoro: pubblici e privati.

Serve la capacità e la volontà di valutare gli esiti dei modelli, a cominciare da una seria valutazione del dispositivo dell’assegno di ricollocazione, la volontà di riprogettare i servizi delle politiche attive sviluppando l’orientamento all’innovazione e alle esigenze del sistema cliente.

Sergio Bevilacqua

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untitledLo scorso anno in parallelo alla discussione sullo scioglimento delle province è esplosa la questione dei Centri per l’impiego (CpI). La discussione ha subito assunto toni accesi legata al costo dei servizi offerti dal pubblico. Sergio Rizzo  sul Corriere della Sera si chiedeva se il costo unitario di ogni posto di lavoro, più di 13 mila euro, valesse la pena. “I numeri rappresentano una sentenza inappellabile. Negli ultimi sette anni hanno trovato occupazione attraverso i CpI non più di 35.183 persone ogni dodici mesi”. La sentenza che Rizzo riporta è molto chiara, i CpI sono “uno strumento che esce bocciato dall’esame dei dati, perché errare è umano ma perseverare diabolico. Piuttosto, destiniamo le risorse (…) ai giovani che vanno in azienda a fare tirocini o stage, anziché impiegarle per creare altri posti inutili in quegli uffici pubblici”.

Il tema sembra ottenebrato dal furore contro. Contro la scarsa efficienza dei CpI, contro le province e contro la pubblica amministrazione in genere. Le risposte arrivano, anche se in modo frammentato dal momento che mancano i luoghi dove approfondire i temi legati alle politiche del lavoro. Sul nostro blog Eugenia Scandellari, coordinatrice dei CpI modenesi, segnala che i dati vanno visti con attenzione. Ricorda che i CpI devono svolgere adempimenti di tipo amministrativo come il riconoscimento e la gestione dello stato di disoccupazione, comunicazioni obbligatorie, liste di mobilità. Particolare quest’ultimo non marginale perché la crisi ha aumentato la richiesta di ammortizzatori sociali che hanno notevolmente incrementato il flusso di persone. Ricorda i numeri che riguardano il territorio modenese: il 4% delle assunzioni è transitato dai CpI e il 3,7 dalle agenzie di somministrazione. Ma il dato più clamoroso è dato dal fatto che il 57% delle assunzioni è avvenuta per conoscenza diretta del candidato o per segnalazione da parte di clienti e fornitori. Il che ci dice che le persone trovano il lavoro tramite il sistema delle relazioni. E questo è il problema soprattutto quando la massa di disoccupati è data da persone che hanno sistemi di relazioni fragili e limitati. La scommessa a questo punto è dar vita a reti di servizi che intercettino queste persone utilizzando anche strumenti come i servizi di orientamento al lavoro spesso sottovalutati perché l’efficacia è difficilmente misurabile e sicuramente non lo è in termini di posti di lavoro.

Concetto Maugeri  ex direttore del Settore lavoro della Regione Piemonte, sempre sul blog di SLO, prende le distanze dalla diatriba sulla funzione pubblica o privata dei servizi perché fuorviante. Introduce il tema del difficile rapporto tra politiche lavoro e aziende. Perché i CpI hanno uno scarso rapporto con il mondo imprenditoriale e perché le politiche per il lavoro dovrebbero andare di pari passo con quelle per lo sviluppo. Propone di integrare “tutto ciò che si muove sul piano dello sviluppo della produzione di beni e servizi”, le diverse iniziative in termini di programmi, progetti territoriali, progetti d’impresa. Ritiene inoltre che quando si attivano risorse pubbliche per lo sviluppo, si debba in parallelo lavorare sullo sviluppo delle risorse umane: alle risorse per lo sviluppo (FESR) le politiche del lavoro devono affiancare ulteriori risorse (FSE) per servizi che ottimizzino l’occupabilità delle persone.

Romano Benini sul sito Work Magazine segnala che il dibattito fra funzione pubblica o privata dei servizi per l’impego esprime l’assenza di una cultura diffusa nella politica, nel sindacato e tra gli operatori economici che consideri le tutele per chi cerca lavoro sullo stesso piano di garanzie e tutele degli occupati. Infatti per chi cerca un lavoro “non è previsto dal Titolo V della Costituzione italiana (…) di poter avere accesso a servizi adeguati e non è prevista (…) l’obbligo che per ogni sussidio erogato a disoccupati sia prevista l’adesione ad un intervento di attivazione al lavoro”. Assenza per niente casuale che indica anche la marginalità attribuita dallo Stato ai CpI e che spiega perché la spesa per i servizi per l’impiego è inferiore ai 500 milioni di euro, contro i 5 miliardi francesi e gli 8 tedeschi. Benini riporta a fine articolo una ricca documentazione di confronto con gli altri paesi europei.

“L’assetto di competenze e responsabilità definito dal Titolo V della Costituzione e l’assenza di livelli essenziali delle prestazioni che il disoccupato può esigere (…) ha determinato la presenza di ben 20 sistemi regionali e 110 modelli provinciali di erogazione dei servizi (…) una evidente dispersione che limita la possibilità di trovare buone pratiche di sistema”. In questa assenza di programmazione nazionale emergono comunque numerosi casi di CpI in grado di offrire efficaci servizi di intermediazione e di attivazione delle persone senza lavoro. Infatti mentre “la media nazionale dell’intermediazione nel 2013 è del 3%, diventa un 10% in Umbria, un 12% in Toscana, un 18% in Piemonte e Trentino. Molto interessante il dato friulano, in cui più del sessanta per cento dei lavoratori intermediati vengono gestiti dal sistema pubblico”.

Si torna dunque ai dati da cui eravamo partiti con l’articolo di Rizzo sul Corriere però in una prospettiva diversa e con un quadro che riflette la complessità della partita in gioco. Gli scivoloni ideologici che contrappongono pubblico e privato non aiutano nessuno, anzi è necessario starne alla larga. Più utile invece mettere mano ad una serie di dispositivi fortemente integrati fra loro.

Non si può pensare che senza finanziamenti i CpI producano risultati e lo stesso vale per l’assenza di programmazione, di politiche per l’integrazione fra CpI e fra agenzie pubbliche e private, di sinergie fra politiche del lavoro e dello sviluppo economico. E non si può pensare che la totale mancanza di attenzione ai processi di lavoro interni ai CpI, fra CpI e strutture provinciali e regionali possa essere compensata dalla buona volontà dei singoli operatori, Processi, clima, ruoli e competenze sono elementi del funzionamento dei servizi che richiedono altrettanta attenzione e cura da chi programma le politiche.

Le partite aperte sono tante e quello che serve è il coinvolgimento a diversi livelli degli operatori nel processo di riformulazione della funzione dei CpI. E’ una risorsa molto importante in grado di compensare il grave ritardo delle politiche del lavoro del nostro paese. Non lasciamola perdere.

Sergio Bevilacqua

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Nuova immagine (1)Questo post è a firma di Eugenia Scandellari che lavora nel Servizio politiche del lavoro della provincia di Modena dove si occupo di coordinamento e monitoraggio dei servizi dei CPI. Ci ha scritto per commentare il nostro post “Quale futuro per i Centri per l’impiego?” e le abbiamo chiesto un contributo che ospitiamo molto volentieri.

L’interrogativo che riguarda il futuro dei Centri per l’impiego proposto da questo blog è un invito solleticante per chi si occupa di programmazione e gestione dei servizi per il lavoro. Al di là di chi saranno i soggetti competenti per le politiche del lavoro dopo il superamento, ormai certo, delle province, è opportuno chiedersi quale ruolo potranno giocare i servizi pubblici per l’impiego in un mercato del lavoro così profondamente diverso da quello in cui hanno preso vita.

Di centri per l’impiego si parla poco e quando se ne parla, il giudizio arriva impietoso, ma, ahimè, praticamente unanime: sono inutili perché non “trovano lavoro alle persone”. Se queste affermazioni sono giustificabili quando provenienti da  un’utenza sempre più insofferente e arrabbiata, rischiano di apparire superficiali quando espresse da politici e analisti che dovrebbero prospettare soluzioni mettendo al centro i bisogni dei cittadini.

Dunque, i centri per l’impiego sono inefficaci. Perché hanno una funzione, quella di trovare lavoro alle persone, che non sono in grado di portare a termine. È vero, le riforme del mercato del lavoro hanno attribuito ai servizi pubblici per l’impiego funzioni di intermediazione e incontro tra domanda e offerta di lavoro molto diverse da quelle attribuite ai vecchi uffici di collocamento, ma sappiamo bene che rimangono in capo al soggetto pubblico competenze di tipo amministrativo (riconoscimento e gestione dello stato di disoccupazione, gestione delle comunicazioni obbligatorie, delle  liste di mobilità…), oltremodo accresciute dall’attuale stato di crisi economica. Basti pensare alla gestione dei servizi in favore dei beneficiari di ammortizzatori sociali in deroga che hanno notevolmente incrementato il flusso di persone nei servizi. Inoltre, i CpI offrono servizi di orientamento al lavoro, spesso sottovalutati ma valido supporto alle persone alla ricerca di lavoro. Servizi che non hanno un impatto diretto sull’inserimento lavorativo delle persone, ma che hanno l’obiettivo di attivarle e  renderle autonome nella ricerca di un’occupazione. Faccio mia l’espressione di una collega, responsabile di un centro, che ama ripetere ai suoi operatori: “Ai nostri utenti non dobbiamo dare il pesce, dobbiamo dare la canna da pesca!” Colloqui approfonditi, percorsi formativi brevi sugli strumenti e i canali per la ricerca, tirocini sono la “canna da pesca” che quotidianamente chi lavora nei CpI cerca di mettere a punto e offrire a sostegno delle persone. Ampliando l’analisi dell’impatto dei servizi al numero di persone che hanno trovato occupazione a seguito di una di queste iniziative, la valutazione dei risultati ottenuti dai nostri centri potrebbe essere molto più confortante.

Ma torniamo alla difficoltà di far incontrare domanda ed offerta di lavoro. È un problema risolvibile? In che modo? Ci sono soggetti in grado di svolgere questa funzione, da cui i servizi pubblici possano prendere esempio o, meglio, con cui  possano stringere alleanze per ottenere quel risultato a cui oggi dobbiamo tendere, ossia aumentare la capacità di domanda ed offerta di incontrarsi, aumentando così la loro efficacia? Riporto a titolo esemplificativo qualche cifra dal rapporto Excelsior 2013 sulla provincia di Modena. Il 4% delle assunzioni effettuate dalle imprese nel 2012 è transitato dai CpI, il 5,5 dalle società di selezione (comprese associazioni di categoria) e il 3,7 dalle agenzie di somministrazione. Il 57% delle assunzioni è avvenuta per conoscenza diretta del candidato o per segnalazione da parte di clienti e fornitori. Se ci fermassimo ai numeri, potremmo facilmente affermare che il nostro mercato del lavoro non ha bisogno di soggetti intermediari, pubblici o privati che siano. Domanda ed offerta di lavoro si incontrano in maniera spontanea, quasi naturale. Il problema è che un mercato del lavoro che si regola in questo modo è difficilmente intercettabile da molti cittadini, esclude quelli che hanno meno risorse dal punto di vista della capacità di attivazione e delle relazioni su cui contare. L’importanza delle relazioni interpersonali è un dato di fatto, che non deve essere un alibi né per che gestisce i servizi, né per i cittadini che rischiano di essere esclusi. I CpI devono servire a creare un mercato del lavoro più equo e accessibile, partendo dai bisogni che le persone esprimono quando sono alla ricerca di un’occupazione. È difficile individuare a priori fasce di popolazione più bisognose: giovani e non-più-giovani, persone con disabilità, donne e uomini al rientro da lunghe assenze dal lavoro per motivi di cura. Ma aggiungerei lavoratori autonomi o atipici che vivono momenti di non lavoro e hanno bisogno di fare sintesi e valorizzare le proprie esperienze traducendole in capacità e competenze spendibili. Le persone possono esprimere bisogni di vario genere in diverse fasi della propria vita, dipende dalla loro storia personale e professionale, dalle loro aspettative e, come abbiamo visto, dalla quantità e qualità delle loro relazioni, dalla capacità di attivarle e valorizzarle.

Il vuoto che i CpI possono colmare è quello di servizi orientativi veri, fatti di ascolto, attenzione al bisogno, informazione adeguata e personalizzata, attivazione di misure formative, occasioni di incontro con le imprese. Ci sono soggetti che sul territorio svolgono questi servizi in maniera diffusa e generalizzata? E che lo fanno entrando in relazione con altri soggetti (scuole, enti di formazione, Università, servizi sociali, enti locali, imprese) nel tentativo di dar vita ad un sistema che orienta? In alcune realtà ci sono sicuramente dirigenti, funzionari e operatori  che hanno capacità e volontà di programmare e offrire misure di questo tipo mettendo al centro il cittadino. I centri possono svolgere un ruolo determinante nell’orientamento, inteso come insieme di iniziative a supporto dell’occupabilità. Interessante dal punto di vista teorico un documento, frutto del lavoro di un tavolo inter istituzionale costituitosi in base alla legge Fornero, che contiene  linee guida sul tema dell’orientamento permanente. La chiave di svolta può essere riconoscere finalmente l’importanza dell’orientamento e cominciare a lavorarci? In termini di efficacia diventerà imprescindibile, come alcuni studi a livello europeo hanno dimostrato, ragionare  seriamente sull’integrazione tra politiche attive e passive, sull’obbligatorietà di partecipare a iniziative di orientamento/formazione per chi beneficia di qualche forma di sostegno al reddito. Ma questo è un altro tema da approfondire.

Per ora accontentiamoci di partire da  valutazioni più obiettive, mettiamo da parte quelle argomentazioni pregiudiziali e cominciamo a ragionare sulle possibili traiettorie che i CpI possono prendere per diventare un servizio veramente utile al cittadino.

Eugenia Scandellari

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fileDomanda d’obbligo in vista del nuovo anno, che però ha come risposta il buio più profondo. Ma com’è possibile, tra poco scompariranno le province, nasceranno le città metropolitane e non si sa ancora niente del futuro dei centri per l’impiego (CpI)?

Eppure è così! Peraltro in un periodo in cui il problema dell’occupazione nel nostro paese è centrale. Ciononostante si sa poco o nulla. E questo è un problema a cui si potrebbe rapidamente porre rimedio. Esistono i media tradizionali, i social network, alcuni gestiti da figure che ricoprono ruoli nel ministero del lavoro. Forse sarebbe opportuno che si rompesse il muro dell’opacità e si cominciasse a render conto delle diverse ipotesi su cui si sta lavorando.

Non si può pensare di gestire un processo di cambiamento che implicherà accorpamenti e riordini di funzioni le cui conseguenze si riverseranno su migliaia di persone che dovranno in vario modo ridefinire le proprie modalità di lavoro. Centinaia di responsabili dovranno rivedere le procedure che regolano le attività, si dovranno ridefinire i parametri di erogazione dei servizi e impostare nuove modalità di gestione del lavoro del personale. Insomma un colossale lavoro per gestire la ridefinizione delle funzioni organizzative e reimpostare i servizi per l’impiego. Qualunque siano le scelte future: passaggio dei CpI alle regioni, alle unioni dei comuni, ad un’agenzia statale.

Forse è il caso di procedere dando la massima visibilità alle scelte in campo, alle posizioni che stanno emergendo, alle osservazioni relative alle diverse soluzioni. E questa visibilità bisognerebbe concretizzarla rapidamente cambiando un vecchio stile nazionale che relega alle stanze che contano le decisioni più rilevanti, come se le opinioni di chi opera nel settore fossero inutili e marginali.

Il nostro piccolo contributo intendiamo darlo subito riportando le opinioni di Antonio Bonardo di GiGroup favorevole al trasferimento all’INPS dei CpI e di Romano Benini  docente de La Sapienza di Roma che raccoglie minuziosamente i pro ed i contro delle diverse ipotesi sul tappeto.

Una proposta per il nuovo anno però è proprio il caso di farla. E’ utile introdurre il concetto di trasparenza in processi di cambiamento così rilevanti. Ma è altrettanto utile ricordare il senso della presenza dei CpI. Quale deve essere lo scopo di un centro per l’impiego? Fino ad ora di offrire servizi per l’occupabilità e l’occupazione rivolti a persone che perdevano il lavoro dipendente e a giovani in cerca del primo impiego. Disabili, svantaggiati, autonomi, piccoli imprenditori, partite IVA e manager invece sono mondi a parte. Forse è il caso di rivedere questa obsoleta divisione del mondo del lavoro e trovare sinergie tra enti che si occupano di utenze diverse includendo gli utenti a cui non pensa nessuno.

Dei disabili si occupa il collocamento mirato disabili (CMD) che con i CpI non ha alcuna relazione o ne ha molto poche. Non è giunto il momento di rivedere questa impostazione poco efficace? Delle persone in situazione di svantaggio se ne occupano i servizi (o nuclei) di inserimento lavorativo che non sono presenti in tutto il territorio nazionale e che non dialogano con CMD e CpI. Anche in questo caso non possiamo più permetterci antiche separazioni che caratterizzavano la gestione del welfare italiano.

Di autonomi, partite IVA, piccoli imprenditori e manager si occupano in ordine sparso qualche camera di commercio, qualche associazione datoriale e qualche associazione di dirigenti. Poche esperienze del tutto scollegate. Anche in questo caso le antiche distrazioni dei CpI vanno rivedute. Magari con più creatività del passato, dando vita a reti fra soggetti diversi in cui ognuno svolga la propria funzione e valorizzi la propria storia e le proprie peculiarità. Cosa che peraltro avviene già  in molti territori  per l’inserimento lavorativo dei disabili.

Insomma non si può pensare a ridefinire il futuro dei CpI senza pensare ai bisogni cui i centri devono dare risposte efficaci. Questa è la scommessa che il paese ci impone, adesso.

Sergio Bevilacqua

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Ci siamo, cominciano a delinearsi le linee guida del prossimo futuro per chi opera nelle province, nei servizi per l’impiego. E anche per chi ci lavora insieme, magari sul versante delle cooperative sociali  o dei servizi sociali. Insomma un numero significativo di persone devono rivedere il proprio modo di lavorare, di interagire con i colleghi, con chi fa le politiche e con chi gestisce la relazione con gli utenti.

Stiamo parlando di un cambiamento epocale per la radicalità delle questioni connesse. E dobbiamo fare attenzione a scorciatoie, automatismi, modalità adempitive sospinte da un approccio giuridico che sembra imporsi in tutte le decisioni anche quelle in cui sarebbe necessario un pensiero organizzativo.

Riforma delle province e riforma Fornero non possono essere viste unicamente dal punto di vista delle norme. Bisogna spaziare oltre con un approccio interdisciplinare, immaginando adesso e non quando sarà troppo tardi, le implicazioni che le due riforme comportano.

Per agevolare un’osservazione che eviti quanto già visto con il passaggio delle deleghe dal Ministero del Lavoro alle province delineo alcuni temi che si profilano all’orizzonte.

Efficienza – se ne parla tanto, l’abbinata esatta sarebbe efficienza ed efficacia per riprendere un tema presente da qualche anno nel mondo aziendale. La questione di fondo: è possibile aumentare numeri degli utenti presi in carico, inserimenti lavorativi, reti avviate nei territori, passare da sperimentazione di modelli a nuovi modi di operare? Si, è assolutamente possibile. Ma non basta auspicarlo o pensare di riuscirci tagliando il numero degli operatori. Forse è più utile creare le condizioni favorevoli a questa condizione. Come? Sensibilizzando gli operatori e rendendoli protagonisti di questo cambiamento epocale. Il coinvolgimento è fondamentale, soluzioni notarili già viste 13 anni fa servono a poco e creano un clima di indifferenza, demotivazione se non di larvata opposizione. Con buona pace dell’efficienza . . . . e anche dell’efficacia.

Integrazione – le attuali 107 province diminuiranno, drasticamente. Quindi si ridurrà il numero complessivo di dirigenti e strutture di governo. Ma nel frattempo aumenteranno altre variabili: territorio da governare, numero dei dipendenti, degli utenti, degli attori. Come si risolve la situazione? Vince il più forte, il migliore? Ci sono molte possibilità come già visto nelle riorganizzazioni dei grandi gruppi privati che prevalgano culture e modelli della provincia  più forte o magari di quella meglio messa con i conti. Dopodiché dobbiamo aspettarci che i “vinti” siano una palla al piede. E a questo punto come si gestiscono territori che raddoppiano, utenti che aumentano a dismisura, nuovi protocolli che vanno individuati? E’ il caso di porsi in anticipo il problema dell’integrazione delle culture. Ed è il caso che la politica pensi a com’è andato il trasferimento del personale dalle antiche Scica ministeriali alle strutture provinciali, alla difficile integrazione tra culture e modi di operare. Non lasciamo perdere le esperienze del passato, sarebbe un peccato farsi nuovamente carico di costi che sappiamo già ora quali saranno.

Partenariati – il welfare si riduce, ci sono meno soldi a disposizione. Peccato che i problemi aumentino e l’utenza dei centri per l’impiego anche. Forse è venuto il momento, a lungo rinviato, di dirsi chi fa cosa nel territorio. Ma per fare un bilancio realistico è necessario fare anche un altro passaggio. Il partenariato, la rete sono possibili quando si evita che ci sia un ente prevalga, che dia la linea agli altri, che presupponga di sapere già come si deve fare. A volte il pubblico confonde il peso della responsabilità della norma con il diritto di prelazione e la conoscenza del giusto modello di integrazione. La crisi del welfare cambia le carte in tavola e obbliga tutti i soggetti a rivedere antiche abitudini. Se non so dove collocare utenti a bassa occupabilità la cooperazione sociale diventa un interlocutore d’obbligo. Si può pensare che il nuovo partenariato passi attraverso uno scambio per cui io provincia ti chiedo di includere nelle tue cooperative persone da rendere più solide in termini di occupabilità e in cambio ti creo nuovi ambiti di lavoro? Magari convincendo il mio settore acquisti ad esternalizzare alla cooperazione parte delle attività come prevede la 381. Oppure convincendo le parti sociali ad utilizzare l’articolo 14 della legge Biagi o il 12 bis della 68? (vedi il workshop organizzato dalla Provincia di Vercelli).

Il cambiamento destabilizza e a volte spaventa, è inevitabile. La crisi sicuramente non aiuta. Ma entrambi, crisi e nuove riforme all’orizzonte, possono costituire elementi dinamici che aiutano chi opera nelle politiche del lavoro a interpretare in modo nuovo il proprio ruolo. E’ la sfida dei prossimi mesi che richiede inventiva e nuove idee. Buon lavoro a tutti!

Sergio

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Il 18 aprile alla Facoltà di Sociologia di Trento si è tenuto un ricordo di Maria Luisa Pombeni (vedi locandina). Nell’occasione si è fatto il punto degli scenari che la Riforma Fornero determinerà per gli sviluppi dei servizi per l’impiego.

Guido Sarchielli dell’Università di Bologna ha segnalato come la crisi in atto comporti una profonda rivisitazione dei modelli cui le attività orientative fanno riferimento. Per Sarchielli l’orientamento costituisce un diritto di cittadinanza essenziale in una situazione economica in cui le competenze hanno un’elevata “fluidità”. L’orientamento risulta una preziosa leva per compensare la distanza tra sistema della formazione e l’inserimento delle persone nel mercato del lavoro. Leva che per essere efficace presuppone la personalizzazione dei servizi evitando i rischi delle offerte standardizzate. A fronte di una sempre maggiore scarsità di risorse sarà obbligatorio rendere efficace l’utilizzo di quelle esistenti

Gli altri interventi di Colasanto, Fraccaroli, Manfredda, Paolo Pombeni, Turrini hanno ricordato in vario modo, anche con toccanti ricordi personali, ruolo e importanza di Pombeni nello sviluppo dei riferimenti concettuali e anche dei servizi legati all’orientamento nel nostro paese.

Grimaldi di ISFOL ha riportato il quadro relativo all’archivio nazionale dell’orientamento.

segnalando che in Italia esistono ad oggi 18.000 strutture che erogano servizi orientativi e 20.000 orientatori. “Troppi!” ha commentato.

Ghirotti dell’Agenzia del lavoro di Trento e Pier Antonio Varesi dell’Università Cattolica hanno presentato gli scenari legati alla riforma Fornero. Varesi ha segnalato come i provvedimenti comporteranno un nuovo assetto istituzionale e anche organizzativo dei Centri per l’impiego che dovranno ridefinire le proprie strutture e procedure. In una situazione in cui nelle province del nostro paese sono in atto modelli e standard di qualità assolutamente diversi fra loro.

A fronte di risorse critiche perché largamente provenienti da fondi europei, si prospetta un futuro in cui andrà rapidamente definito il sistema della governance e delle deleghe. Si vanno profilando tre ipotesi: un’agenzia nazionale che coordini l’attività dei sistemi per l’impiego. E l’INPS ha lanciato la sua candidatura. Una seconda ipotesi prevede agenzie regionali magari raccordate con quella nazionale. Infine è presente una logica più attenta al legame con il territorio, come dovrebbe essere nella logica delle politiche attive del lavoro, che prevede consorzi di comuni come avviene già per la gestione dei servizi sociali.

Come si vede i temi del seminario erano molti e molto attuali. Hanno avuto il pregio di essere stati portati in un contesto aperto al contrario di quanto avviene nel nostro paese, dove il dibattito sul futuro dei servizi per l’impiego corre il rischio di essere rinchiuso in una logica, tutta italiana, di appartenenze. Senza pensare che stiamo ragionando sul futuro delle politiche attive del lavoro. E forse per questo trasparenza e diffusione sono i due principi che dovrebbero contraddistinguere ogni ragionamento.

Sergio

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