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L'AULA PIU' STRETTA DEL MONDOVenerdi scorso nella splendida cornice di Bergamo che ospitava il 43° Congresso Nazionale di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) sul tema “ Persone risorse della terra” è stato invitato a partecipare il Direttore della Casa di Reclusione di Milano-Opera, Giacinto Siciliano.

Di fronte ad un uditorio di 500 direttori HR, manager e consulenti, ha raccontato la sua esperienza di “manager pubblico” che tradotto significa come esercitare un ruolo di governo di una organizzazione complessa senza avere obiettivi programmati, senza sistemi di valutazione delle performance, senza leve economiche per motivare le persone, con scarsissimi budget per la formazione.

Nel suo racconto ha spiegato le sue strategie per motivare, innovare e gestire le persone in una situazione di risorse scarse e ne è emersa la sua visione e concezione di leadership.

La standing ovation finale è stata emozionante come le riflessioni e le suggestioni proposte.

Dai commenti raccolti emerge l’esigenza di modelli di leadership “etici” che sappiano coniugare l’azione con la riflessione, l’attenzione ai risultati ed ai collaboratori, che trasmettano l’identità e la motivazione attraverso il “fare” più che il “dire”.

I cambiamenti degli ultimi anni obbligano chi ha responsabilità dentro le organizzazioni a trovare nuovi approcci e modalità per tenere insieme persone, progetti ed obiettivi con le risorse che si hanno a disposizione che sono sempre più esigue.

La nostra esperienza di collaborazione con il carcere attraverso l’iniziativa “l’aula più stretta del mondo” ci ha permesso di vedere quanto sia proficuo e generatore di energie l’incontro ed il racconto fra il pubblico ed il privato.

La contaminazione fra ambienti, organizzazioni e culture lontane permette almeno per un attimo di vedere la propria realtà con occhi diversi e di cogliere suggerimenti che ci possono aiutare nell’assunzione del proprio ruolo e nella definizione delle politiche di sviluppo del personale.

Maurizio Bertoli

 

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Alla vigilia di una nuova edizione de “l’aula più stretta del mondo”, voglio condividere alcune riflessioni che riguardano il sottinteso valoriale della formazione da noi proposta.

Parlandone con i direttori del personale (vedi articolo AIDP) mi è capitato di soffermarmi sulla questione cruciale della “distanza”: l’esperienza che offriamo allontana i partecipanti dal loro contesto abituale ma li conduce in un luogo (il carcere) dove alcune tematiche – veri e propri contrafforti dell’esperienza quotidiana, e soprattutto della fatica quotidiana – sono viste molto da vicino, quasi sotto una lente di ingrandimento.

Questo gioco vicino-lontano pare sia uno degli elementi di significatività dell’esperienza formativa .Sembra quindi apparire un “bisogno formativo” nelle aziende che potremmo chiamare realistico, in quanto chiede di riflettere significativamente sui propri problemi organizzativi, pur affrontandoli attraverso una metafora.

 E quali di questi problemi urgono maggiormente? A giudicare dalle reazioni dei manager intervistati dopo l’esperienza, uno dei bisogni di fondo è dare un senso alla propria esperienza lavorativa, ovvero trovare una motivazione per i propri collaboratori che non sia il mero riconoscimento economico.

Appare a tutti i partecipanti “meraviglioso” (nel senso di degno di meraviglia) il fatto che pur lavorando in un ambiente difficile e povero, privo di leve tradizionali come gli incentivi economici, gli Ispettori della Casa di Reclusione “facciano bene quello che devono fare”.

Del resto anche intervistando gli Ispettori (vedi articolo Le Due Città) si ha conferma di come il gioco fra responsabilità individuale e vincolo organizzativo sia da loro stessi colto come un importante aspetto motivazionale in quanto fa emergere capacità personali, costituisce una modalità di apprendimento e di crescita, soprattutto dà soddisfazione perché fa funzionare le cose: “Spesso si dice che il carcere abbruttisce: tante sofferenze, tante difficoltà. Però anche tante persone che si mettono in gioco. Io ho guadagnato lavorando qui”  afferma uno degli Ispettori intervistati.

Si può concludere quindi che ad affascinare i manager e contemporaneamente a permettere agli operatori del carcere di reggere lo stress, sia proprio questo altro “gioco” che trasforma un ambiente molto rigido e molto difficile in sfida. Diventa di massimo interesse un ambiente organizzativo in cui, non avendo altre risorse e dovendo stare in vincoli organizzativi rigidi, la leva innovativa è stata individuata nella valutazione positiva delle capacità personali come motivazione all’assunzione di responsabilità e alla flessibilità; mutuando le parole del Direttore della Casa di Reclusione di Opera, Dott. Siciliano: “Cosa può insegnare alle aziende il Carcere? noi siamo un ottimo esempio di come si possa “fare” anche con poche risorse”.

Maurizio

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